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Un ritratto vivido del «Signor G», protagonista di una delle pagine più preziose della storia culturale del nostro Paese. Lo propone il documentario Io, noi e Gaber, scritto e diretto da Riccardo Milani, in onda stasera in prima serata suRai3 .


Girato tra Milano e Viareggio, nei luoghi cari a Gaber, il
documentario è un viaggio esclusivo che attraversa tutte le fasi
della sua carriera artistica: dai primissimi esordi nei locali
di Milano al rock con Adriano Celentano, dal sodalizio artistico
e surreale con l'amico Jannacci ai duetti con Mina, alle canzoni
con Maria Monti, dagli anni della popolarità televisiva al
teatro, con l'invenzione, insieme a Sandro Luporini, del Teatro
Canzone, piena espressione del suo impegno politico e
culturale. Sullo sfondo, il Teatro Lirico di Milano,
simbolo dell’amore tra Gaber e il pubblico milanese (e viceversa),
e che oggi porta il suo nome Teatro Lirico Giorgio Gaber.
Riccardo Milani racconta Gaber attraverso il ricordo personale
della figlia Dalia e delle persone storicamente a lui più
vicine, ma anche con le testimonianze di colleghi e artisti che
lo hanno vissuto e amato. Una galleria di personaggi che
comprende Gianfranco Aiolfi, Massimo Bernardini, Pier Luigi
Bersani, Claudio Bisio, Mario Capanna, Francesco Centorame,
Lorenzo Jovanotti Cherubini, Ombretta Colli, Paolo Dal Bon,
Fabio Fazio, Ivano Fossati, Dalia Gaberscik, Ricky Gianco, Gino
e Michele, Guido Harari, Paolo Jannacci, Lorenzo Luporini,
Roberto Luporini, Sandro Luporini, Mercedes Martini, Vincenzo
Mollica, Gianni Morandi, Massimiliano Pani, Giulio Rapetti -
Mogol, Michele Serra.
Le origini
Giorgio Gaberscik, nasce a Milano il giorno 25 gennaio 1939. Il suo cognome è di origine slovena: la sua era una famiglia medio borghese, padre impiegato triestino e madre casalinga. Dall’età di soli 8 anni ha lottato con la poliomielite che lo ha colpito due volte, causandogli la paralisi temporanea di una mano. Il padre gli regalò una chitarra proprio per provare a contrastare la malattia e recuperare l’uso della mano.


Un successo televisivo
Comincia una brillante carriera coronata da numerosi successi discografici (come La ballata del Cerruti, Trani a gogò, Goganga e Porta Romanae Torpedo blu) e importanti collaborazioni tra cui con la cantante e attrice Maria Monti, Enzo Jannacci, Mina. Partecipa a quattro edizioni del festival di Sanremo, conduce vari spettacoli televisivi, gira molti caroselli, partecipa a numerose trasmissioni televisive, insomma è uno dei volti più popolari della televisione. E tra l'altro contribuisce al lancio del giovane Franco Battiato. Al culmine del successo e della popolarità, nel 1970 presenta il suo ultimo varietà televisivo: E noi qui, del sabato sera. Poi abbandona gli schermi TV e inizia una nuova carriera sul palcoscenico.
Il teatro canzone
È un periodo di tensioni e contestazioni sociali, Gaber comincia a sentire il disagio del suo ruolo, avverte il bisogno di un senso diverso e di un rapporto più diretto col pubblico, unito alla voglia di esprimere liberamente le sue idee senza i condizionamenti tipici del mercato.


Si allontana di conseguenza definitivamente dalla televisione e dal circuito discografico e dà vita al cosiddetto "Teatro Canzone", una formula innovativa che alterna canzoni e monologhi. Crea il «Signor G», un personaggio che non recita più un ruolo: recita sé stesso. Quindi "una persona piena di contraddizioni e di dolori", un signore come tutti: il signor G è un signor Gaber, che sono io, è Luporini, noi, insomma, che tentiamo una specie di spersonalizzazione per identificarci in tanta gente». Con i suoi celebri spettacoli (da Il signor G a Dialogo tra un impegnato e un non so da Far finta di essere sani a Anche per oggi non si vola, da Polli d'allevamento a Anni affollati), dove alterna canzoni a monologhi, trasportano lo spettatore in una atmosfera che sa di sociale, politica, amore, sofferenza e speranza, il tutto condito con un’ironia tutta particolare, che smuove risate ma anche la coscienza, Gaber per 30 anni nei teatri di tutta Italia fa sempre il tutto esaurito. «Credo che il pubblico mi riconosca una certa onesta’ intellettuale. Non sono ne’ un filosofo ne’ un politico, ma una persona che si sforza di restituire, sotto forma di spettacolo, le percezioni, gli umori, i segnali che avverte nell’aria».
La famiglia


Nel 1965 Giorgio Gaber sposa la cantante Ombretta Colli. Il matrimonio, celebrato all’abbazia di Chiaravalle, è durato fino alla scomparsa del cantautore. La figlia Dalia Deborah nata nel 1966, è titolare della società di comunicazione Goigest e vicepresidente della Fondazione Gaber. Gaber ha sempre vissuto con la sua famiglia in una casa di campagna a Montemagno (Lucca).
In scena fino all’ultimo
Il 13 aprile 2001 Gaber pubblicò un nuovo disco realizzato in studio: La mia generazione ha perso, che presentava alcune canzoni di spettacoli precedenti (Destra-Sinistra e Quando sarò capace d'amare) e alcuni inediti, di cui il più significativo era La razza in estinzione, il brano in cui compariva la frase che dà il titolo al disco.
Già segnato dalla malattia, partecipò nello stesso anno al programma su RaiUno 125 milioni di caz...te, di e con Adriano Celentano, insieme ad Antonio Albanese, Fo, Jannacci: i cinque cantarono insieme Ho visto un re. Iniziò in contemporanea la lavorazione di un nuovo disco, Io non mi sento italiano, poi pubblicato postumo.


Da tempo malato di cancro, morì il 1° gennaio 2003 nella sua casa di campagna a Montemagno. Il corpo riposa nel Cimitero monumentale di Milano.






