Le assaggiatrici non è un saggio, è un bel romanzo liberamente tratto da una storia vera uscito per Feltrinelli nel 2018 con la firma di Rossella Postorino e diventato ora un film diretto da Silvio Soldini, in prima Tv il 29 settembre in esclusiva  su Sky Cinema.

La protagonista del romanzo Rosa Bauer è liberamente ispirata a Margot Wölk, che ha fatto, suo malgrado, parte del gruppo di persone forzatamente reclutate dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, per assaggiare i cibi destinati ad Adolf Hitler nel timore che gli alleati potessero cercare di avvelenarlo. Il compito delle assaggiatrici era, in tempo di guerra e di fame, mangiare prima di lui il cibo destinato al Fürher, rischiando se del caso la vita per salvare la sua.

La storia reale che ha connotati anche più tragici, e di molto, di quella del film e del romanzo l’ha raccontata per la prima volta nel 2013 in una drammatica intervista a Der Spiegel la stessa Margot Wölk (1917-2014), rompendo il silenzio con l’aveva chiusa dentro di sé fino a 95 anni.

Mentre l’Europa in piena guerra faticava a procurarsi il necessario e andava avanti a margarina e surrogato di caffè e a file al mercato nero, alla tavola destinata a Hitler si mangiavano burro vero, salse, piatti pregiati, mai a base di carne perché Hitler si professava vegetariano, ma la sazietà, in controtendenza con il resto del Paese, portava la consapevolezza che si sarebbe potuto trattare di un sinonimo di morte anziché vita: un’esperienza che ha reso per decenni difficile il rapporto col cibo all’unica sopravvissuta.

Margot era una ventiquattrenne con studi da segretaria, berlinese, come la protagonista del romanzo e del film aveva avuto la casa bombardata nel 1941 e si era rifugiata a casa dei suoceri mentre il marito si trovava al fronte. Quando è stata reclutata, anche lei tra 15 giovani donne alla tavola di Hitler, era appena arrivata nella campagna di Gross-Partsch, oggi Parcz in Polonia, all’epoca Prussia orientale. A determinare il reclutamento il fatto che a pochi chilometri da lì si trovava La tana del lupo, il luogo che Hitler aveva scelto come quartier generale sul fronte orientale e la coincidenza che il sindaco del villaggio fosse un convinto nazista.

In quel modo una giovane donna che racconta Der Spiegel «si era rifiutata di unirsi alla Lega delle Ragazze Tedesche (BDM), la versione femminile della Gioventù Hitleriana, e il cui padre era stato espulso per essersi rifiutato di iscriversi al partito nazista», divenne obtorto collo un'aiutante di Hitler.

Le assaggiatrici venivano svegliate alle 8 con un «alzati», (sinonimo dello wstawać gridato ogni mattina ad Auschwitz ricordato da Primo Levi), ogni volta che erano ritenute utili, giacché non servivano se il Fürher non era in sede. Come le altre donne Margot non lo vide però mai. Per un certo periodo le donne hanno vissuto nelle loro case, poi dal 20 luglio 1944 la situazione non è stata più ritenuta sicura sono state tradotte in una scuola.

Fin qui le vicende del romanzo e della realtà si somigliano molto ma di lì in poi divergono abbastanza. Il 20 luglio infatti le assaggiatrici, invitate da alcuni soldati a vedere un film in un tendone presso il quartier generale, erano state testimoni dell’attentato a Hitler ordito da Claus von Stauffenberg. «L’esplosione», raccontò Margot, «ci strappò dalle panche di legno», ma l’attentato fallì. E gli assaggiatori divennero sorvegliati speciali «come animali in gabbia».

Una notte un ufficiale delle Ss entrò con una scala nella stanza di Margot usandole violenza e lasciandola pietrificata, senza neanche portarsi via la scala. Tutti gli assaggiatori sono stati fucilati quando l’avanzata dell’esercito sovietico si è fatta pericolosa, Margot si salvò grazie a un tenente tedesco che la mise su un treno per Berlino e le salvò la vita una prima volta, mentre l’Armata rossa era alle porte. La seconda volta lo fece un medico berlinese che depistò le Ss con una menzogna.

Quandò tornò a Schmargendorf, il quartiere di Berlino in cui viveva prima della guerra, Margot cadde nelle mani dell’Armata rossa e subì violenze per 15 giorni al punto da non poter più avere figli.

Quando nel 1946 il marito disperso, che aveva creduto morto, tornò pur segnato dalla guerra, la coppia si ricompose e cercò di ritrovare una normalità durata altri 34 anni, resa possibile dalla relazione salda tra i due e dal senso dell’umorismo non perduto nonostante tutto, ma diventato più caustico come raccontava lei ormai 95enne e adoperato come un trucco per sopravvivere, a dispetto del fatto che il passato non abbia mai cessato di tornarle in sogno. La decisione di parlare è venuta quando, nonostante la sofferenza del ricordo, ha sentito il dovere di testimoniare per la storia, unica sopravvissuta, questa parte di guerra tragica e oscura.