La realizzazione di questo volume si deve alla lungimiranza della Rivista Lavoro Diritti Europa, che ha avuto il merito – raro oggi – di non inseguire la moda dell’intelligenza artificiale, ma di costruire nel tempo un percorso serio, stratificato, capace di trasformare una materia sfuggente in oggetto di riflessione critica. È da questo lavoro paziente che nasce AI, diritto e giustizia, a cura di Marco Biasi e Mariano Sciacca (con la collaborazionem come detto, di DirittiLavoroEuropa diretta da Piero Martello) un libro che non si limita a raccogliere saggi, ma offre una vera mappa per orientarsi in uno dei passaggi più delicati della contemporaneità.

Fin dalle prime pagine si capisce che non siamo davanti all’ennesima pubblicazione accademica destinata a pochi specialisti. Qui c’è ambizione culturale. E anche un certo coraggio. Perché affrontare il tema dell’intelligenza artificiale nel diritto significa entrare in un terreno minato: tra entusiasmi ingenui e paure apocalittiche, tra chi sogna la macchina che sostituisce il giudice e chi rimpiange un passato ormai definitivamente tramontato. Il pregio maggiore del volume è proprio quello di sottrarsi a questa alternativa sterile.

La struttura dell’opera è solida, quasi classica: tre grandi sezioni – diritto, giustizia, lavoro – che restituiscono la complessità del fenomeno senza disperderlo. Non è un dettaglio. In un’epoca in cui si scrive molto e si pensa poco, qui si torna a fare ciò che il diritto ha sempre fatto nei momenti decisivi: mettere ordine. E lo si fa partendo dalle fonti, dal dato normativo, dall’analisi dell’AI Act europeo e della legge italiana n. 132 del 2025, senza scorciatoie né semplificazioni.

Ma ciò che colpisce davvero è il tono complessivo dell’opera: un equilibrio raro tra rigore scientifico e consapevolezza dei limiti. Non c’è traccia di quel tecnicismo autoreferenziale che spesso rende il linguaggio giuridico impermeabile. Al contrario, emerge una tensione autentica verso la comprensione. Un po’ come avere a che fare con quella complessa, enigmatica e geniale opera di Duchamps, detta Il grande vetro. Come se gli autori avessero chiaro un punto fondamentale: l’intelligenza artificiale non è solo una questione per informatici o giuristi, ma riguarda la qualità stessa della nostra convivenza civile.

In questo senso, la prefazione mette subito le carte in tavola: il rischio non è tanto la tecnologia in sé, quanto l’uso superficiale che se ne può fare. Da un lato la tentazione di mitizzarla, dall’altro quella di rifiutarla in blocco. Due facce della stessa pigrizia intellettuale. Il libro, invece, chiede fatica. Chiede studio. Chiede responsabilità. E non è poco, in un tempo che tende a delegare tutto – anche il pensiero – agli algoritmi.

Il cuore dell’opera sta proprio qui: nella riaffermazione di un principio che sembra antico ma è più attuale che mai, cioè la centralità dell’uomo. Non come slogan, ma come criterio operativo. L’intelligenza artificiale può supportare, organizzare, velocizzare. Ma non può decidere. Non può sostituire il giudizio umano, perché il diritto – e questo il volume lo ricorda con forza – non è una sequenza di calcoli, ma un esercizio di responsabilità, che implica interpretazione, sensibilità, perfino empatia.

Particolarmente riusciti sono i contributi dedicati alla cosiddetta “giustizia predittiva”. Qui il libro evita sia le illusioni tecnocratiche sia i rifiuti ideologici, mostrando con lucidità come l’IA possa essere uno strumento utile, ma solo se governato. Non una scorciatoia, bensì un supporto. Una distinzione sottile, ma decisiva. Perché da essa dipende il rischio di trasformare il diritto in una procedura automatica, svuotata di senso.

Anche la parte dedicata al lavoro e ai diritti sociali merita attenzione. L’intelligenza artificiale non è neutra: incide sui rapporti di forza, sulla distribuzione delle opportunità, sulla tutela dei più deboli. Il volume lo dice senza ambiguità, richiamando la necessità di un controllo umano costante e di un impianto normativo capace di tenere insieme innovazione e garanzie. Un equilibrio difficile, ma inevitabile.

In definitiva, AI, diritto e giustizia è un libro che arriva al momento giusto. Non perché offra risposte definitive – sarebbe presuntuoso – ma perché pone le domande giuste. E lo fa con una serietà che oggi non è scontata. In un panorama editoriale spesso dominato dall’immediatezza e dall’approssimazione, questo volume restituisce dignità al pensiero giuridico, riportandolo alla sua funzione originaria: comprendere il presente senza smarrire i principi.

È un’opera che guarda avanti, ma con i piedi ben piantati nella tradizione. E forse è proprio questa la sua forza: ricordarci che il futuro non si costruisce cancellando ciò che siamo stati, ma sapendo cosa vale la pena conservare. Anche – e soprattutto – nell’epoca delle macchine intelligenti.