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Uscito da pochi giorni, il romanzo Gli anni in bianco e nero (Nord) di Francesca Giannone, ha già raggiunto i vertici delle classifiche dei libri più venduti. Siamo in un paese della provincia di Lecce, negli anni Sessanta, in una famiglia patriarcale con quattro sorelle. Tutto ruota intorno alla sartoria della famiglia Elia, ma ognuna di loro coltiva un sogno, una passione: la musica ribelle di Giovanna, i romanzi di Jane Austen in cui Ada si rifugia, la volontà di Maria di non accontentarsi e, soprattutto, la sete di immagini di Mimì, la più giovane, che dalla cabina di proiezione del Cinema Apollo, mentre guarda i film di Fellini e Visconti, sogna qualcosa che allora sembrava impossibile: diventare una regista.
Un romanzo che va svelato poco a poco, leggendo le sue 416 pagine, che scorrono davvero come un film. Ne abbiamo parlato con l’autrice, Francesca Giannone.


Quattro sorelle come in Piccole donne: un caso?
«Assolutamente no. Piccole donne è veramente stato uno dei primi classici che ho letto e ogni tanto torno a rileggerlo. Quelle quattro ragazze mi sono rimaste dentro e hanno influenzato la vita di tante generazioni di donne. Quindi Maria è Meg, assennata, votata alla famiglia, protettiva verso le altre; Giovanna è Jo, la ribelle, fuori dagli schemi, impulsiva ma anche generosa; Ada è Beth, la più sensibile, quella che subirà i contraccolpi più duri da parte del destino; e infine la protagonista, Domenica detta Mimì, che è Amy, la più giovane, quella che ha avuto più libertà e quella con una vocazione artistica.»
Anche per te è importante il legame tra sorelle?
«Io ho una sorella a cui sono legatissima, a cui ho dedicato anche il mio primo romanzo, La portalettere; è la mia migliore amica, la mia confidente, la mia compagna di vita. Non esiste un legame pari a quello tra sorelle. Poi, oltre a quelle di sangue, ci sono le sorelle che uno si sceglie: altre donne che incontri lungo la via, più che semplici amiche. Il mio romanzo racconta sì la sorellanza di sangue, ma anche, in senso molto più ampio, quella tra compagne di lavoro, tra paesane.»
Mimì vuole diventare regista in un’epoca in cui registe donne non ce n’erano.
«Sì, adesso è Mimì stessa a dire che una c’era, Lina Wertmüller, ma che era agli inizi ed era una figura di nicchia. Mimì ha bisogno di un modello a cui ispirarsi e sceglie Federico Fellini perché, dal momento che vede il suo primo film, La dolce vita, se ne innamora. Tanto da chiamare la sua prima cinepresa Anita».


Secondo te Mimì che regista diventerà?
«In un certo senso me la immagino come l’ho descritta: una regista che vive di dettagli. È qualcosa che Vincenzo, l’amico con cui condivide la passione per il cinema, le rimprovera spesso: “Tu trascuri la visione d’insieme e ti concentri troppo sui dettagli”. Ma lei risponde: “Per me i dettagli sono rivelatori. Uno sguardo, un gesto dicono molto di più rispetto alla visione d’insieme”. Il suo potrebbe diventare un cinema d’atmosfera, un po’ francese, alla Nouvelle Vague».
C’è sempre uno start per uno scrittore, un luogo, un momento, l’attenzione a un particolare in cui una storia si affaccia alla mente e chiede di essere scritta. Per questo romanzo qual è stata la molla?
«Io stavo lavorando a un altro romanzo, una storia del tutto diversa ambientata in un altro periodo. Una sera vado a vedere il film Diamanti di Ozpetek e, all’uscita del cinema, mi arriva la voce di una ragazzina degli anni Sessanta che era impossibilitata ad andare al cinema perché il padre glielo vietava. La voce di Mimì, proprio come nell’incipit che poi ho scritto. Vado a casa, creo un file chiamato appunto “Mimì”, accantono l’altro romanzo e inizio a scrivere di getto».
Per la sartoria hai attinto a ricordi di famiglia?
«Mi sono ispirata a una delle sorelle di mia nonna, che era la sarta del paese di Lizzanello, quello dove ho ambientato La portalettere. Tutte quelle scene che descrivo in sartoria le ho vissute da bambina: le clienti vicine di casa che entravano e uscivano e che venivano anche solo per un saluto».
Dalla sarta come dal parrucchiere ci si racconta tutto…
«Verissimo. Me ne rendevo conto già da bambina che era anche un luogo in cui le donne potevano stare tra di loro senza mariti o fidanzati e dirsi anche cose intime, scomode. La casa della sarta era un luogo di confidenze sussurrate e questa cosa me la sono portata dietro negli anni: la sensazione che fosse una piccola comunità tutta al femminile.»
Ci sono drammi, anche molto forti, ma c’è anche tenacia, voglia di trovare la propria strada…
«La figura determinante, quella che genera il movimento dei personaggi, è il padre padrone che opprime le figlie, pretende su di loro e sulla moglie un controllo assoluto, dice e fa cose terribili. Queste quattro ragazze potevano ingrigirsi, soccombere e invece vanno a prendersi la libertà in un contesto sia familiare sia sociale in cui di libertà ce n’erano ben poche. Hanno la tenacia di farlo, di andarsela a prendere con testardaggine».
Il bianco e nero, quindi, non è riferito solo al cinema...
«Infatti il titolo ha questo doppio significato: sì, si riferisce al bianco e nero della pellicola perché il colore ancora non c’era, almeno nelle pellicole amatoriali che usa Mimì. Però il bianco e nero era anche la vita quotidiana delle donne in un decennio che nell’immaginario collettivo è coloratissimo: la moda, la musica, il cinema, le rivolte studentesche. Quando pensavo a questo romanzo volevo mettere nero su bianco la realtà di quegli anni, la realtà in bianco e nero di quella società, con tutta una serie di leggi assurde che per fortuna poi sono state abolite negli anni successivi. Però per me era importante raccontare come le nostre ave, bisnonne, nonne, zie e madri vivessero in quel contesto storico, con tutto quell’apparato di leggi assurde: la patria potestà che impediva alle madri di esercitare il loro diritto di genitore sui figli minorenni; l’adulterio punito con un anno di reclusione solo se erano le donne a commetterlo; il matrimonio riparatore che estingueva il reato di stupro se l’uomo che aveva usato violenza poi sposava la vittima; il delitto d’onore che prevedeva pene molto più lievi se un uomo uccideva una donna che lo aveva tradito…Era importante anche sottolineare la contraddizione di tutto questo».


Sono molto efficaci le descrizioni degli abiti che le sorelle Elia disegnano per il loro atelier a Lecce. Sembra di vederli quei cappottini coloratissimi, corti, a volte stretti, a volte a trapezio… Come li hai immaginati?
«Ho preso spunto, ovviamente, dalle collezioni di quegli anni. Mi sono studiata tutte le collezioni primavera-estate e autunno-inverno dal ’63 al ’68. Ho visto anche l’evoluzione della moda in quegli anni e ho preso spunto dalle collezioni che ho visto sulle riviste, le stesse con cui le clienti andavano in sartoria a dire: “Voglio questo”. E la sarta lo riproduceva. La rivoluzione più grande fu quella della gonna che via via si accorcia fino all’arrivo della minigonna nel 1965, creata da Mary Quant e divenuta simbolo di liberazione femminile».
Il cinema, grazie alla passione di Mimì, è il grande protagonista della storia…
«Questo romanzo è veramente una grande lettera d’amore al cinema italiano di quegli anni. Ho fatto una carrellata dei grandi capolavori di quel periodo: La dolce vita, Il Gattopardo, i primi film di Sergio Leone, i film con Monica Vitti, Matrimonio all’italiana, Blow-Up di Antonioni, I pugni in tasca di Bellocchio. È stato un decennio incredibile per il cinema italiano. Gli anni Sessanta furono irripetibili: il cinema italiano vinse quattro volte di fila il Leone d’oro al Miglior film- Le mani sulla città (1963), Il deserto rosso (1964), Vaghe stelle dell'Orsa... (1965), La battaglia di Algeri (1966). E poi l’Orso d’oro nel 1961 a La notte, di Michelangelo Antonioni, ed la Palma doro nel 1963 al Gattopardo...»
Ed è anche il tuo cinema preferito?
«Esatto. Io quei film continuo a vederli e rivederli. Per esempio, il 15 agosto di ogni anno riguardo Il sorpasso, come una specie di rito»
A proposito di film, c’è anche un altro film a cui hai reso omaggio in questo romanzo, che è Nuovo Cinema Paradiso.
«Sì, la scena iniziale di Mimì che si intrufola nella cabina di proiezione salendo su uno sgabello perché è ancora troppo piccola è proprio un omaggio dichiarato a Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore».


E per caso il primo tentativo di Mimì di fare un montaggio del suo girato tagliando pezzi di pellicola con forbici e nastro adesivo trasaprente non è forse un omaggio alla scena finale con la sequenza dei baci che il proiezionista doveva tagliare a causa della censura?
«Bravissima, sei la prima che lo nota. Sono contenta che te ne sia accorta, perché quell’omaggio l’ho messo apposta.»
Dopo un successo incredibile come La portalettere c’è un po’ il timore di confrontarsi con sé stessi?
«In realtà questo è il romanzo che mi somiglia di più, perché dentro ci sono tutta una serie di temi che mi riguardano. Quindi, comunque vada, sono felice di averlo scritto. Poi sembra davvero che stia piacendo…»
Avendo come voce narrante quella di una bambina che poi diventa un’adolescente e infine una giovane donna, può essere visto anche come romanzo di formazione e, come tale, entrare nelle scuole?
«Io ci spero, perché secondo me le nuove generazioni devono conoscere il nostro passato. Credo abbia molto da dire alle ragazze e ai ragazzi di oggi, perché fa loro capire da dove vengono le loro nonne. Ecco, Mimì potrebbe essere una loro nonna. Già per La portalettere molte docenti mi hanno invitata nelle loro classi e alcune ragazze di terza media lo hanno usato per la tesina dell’esame».
Ma La portalettere quando diventa una serie o un film?
«Rai Fiction ha annunciato che sarà una serie evento di Rai 1 nel 2027. Ma ancora non so nulla del cast. Sono però molto contenta perché con quella collocazione potrà raggiungere tante persone, come è accaduto per L’amica geniale».
Tu hai studiato al Centro Sperimentale di Cinematografia, ma poi sei diventata scrittrice. Pensi un giorno di lavorare anche per il cinema?
«Il cinema resta un grandissimo amore e, in effetti, ha influenzato moltissimo il mio modo di scrivere, di costruire e narrare le storie. Tante lettrici e lettori, leggendo i miei romanzi, mi dicono che sembra loro di vedere un film. Mi sono resa conto che effettivamente ho portato quel linguaggio cinematografico nella narrativa, in qualche modo. E non escludo in futuro di scrivere per il cinema: ci starei, sarebbe un sogno.»






