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Lino Musella
Un testo inedito, una "stanza della mente" e la regia di Mario Martone: sono questi gli ingredienti di Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo, in scena al Teatro Franco Parenti dall’8 al 12 aprile. L'opera di Fabrizia Ramondino, voce libera e fondamentale della cultura napoletana, rivive oggi come un concerto visivo, capace di prefigurare le tensioni del teatro presente. Al centro, la figura di un artista in bilico tra isolamento e creazione. Ne abbiamo parlato con il protagonista, Lino Musella (visto di recente in Portobello nel ruolo di uno dei camorristi che incastrò Enzo Tortora), per farci guidare dentro il cuore di questa visione radicale.
Come avete affrontato la messa in scena di questo testo e la costruzione di personaggi così complessi?
«Questo testo appartiene a Fabrizia Ramondino, un’autrice fondamentale per Napoli, dotata di una voce profonda e dissidente. È una figura molto cara a Mario Martone, che negli ultimi anni ha lavorato intensamente sulle sue opere. Ramondino non scriveva esclusivamente per il teatro, era più legata alla letteratura e all'impegno civile, e Martone ha voluto scommettere su un suo lavoro inedito. Pensate che il testo è stato pubblicato solo dopo il nostro debutto di due anni fa. La nostra volontà, condivisa col regista, era quella di far risuonare la sua poetica attraverso questo suo ritratto d’artista, filtrato dalla figura di un compositore. È una visione estrema: a tratti folle e decadente, ma radicale. Questo protagonista vive in una sorta di "stanza della mente" dove proietta le figure della sua vita; in realtà, è proprio il rapporto conflittuale con l’esterno a innescare le sue reazioni, spingendolo verso l’isolamento, la follia, ma anche verso l'esistenza stessa».


Lino Musella con Iaia Forte in "Stanza con compositore, donne, strumenti musicali, ragazzo" al teatro Parenti dall'8 al 12 aprile.
Possiamo collocare questa vicenda in un contesto storico preciso?
«Non è un'opera fuori dal tempo, potremmo collocarla nell'ultima parte del Novecento. Tuttavia, è un testo che chiede di essere ascoltato più che compreso in senso didascalico. Autori come Ramondino usano il teatro per dare voce a un pensiero, non per intrappolarlo in un plot tradizionale. Dobbiamo lasciarci trasportare dalla sua visione. A teatro la comprensione è sempre relativa: qui ci sono dinamiche apparentemente semplici - una madre, un figlio - ma sono figure evocate. Il vero cuore del testo è il rapporto viscerale dell'artista con l'arte in relazione al mondo».
Nel testo emergono figure come la "Madre-Violino" o la "Moglie-Viola". Come si traduce questo simbolismo musicale sulla scena?
«C’è un costante rimando agli strumenti e alla musica come forma d’arte. Per il compositore, la musica è l’unico linguaggio possibile per dialogare con il mondo e, utopisticamente, per tentare di salvarlo. O meglio, per salvare se stesso dalla propria visione del mondo. Gli strumenti non sono solo oggetti, sono estensioni delle relazioni umane del protagonista».
Qual è stato il processo creativo? Siete partiti rigorosamente dalla parola scritta?
«Assolutamente sì. Trattandosi di un inedito, il lavoro di Mario Martone e Ippolita Di Maio, che ha curato la drammaturgia, è stato guidato dalla volontà ferrea di portare quelle parole specifiche sulla scena. Non abbiamo cercato sovrastrutture, ci siamo messi al servizio del testo».
Qual è l’urgenza di questo lavoro oggi? Cosa resta allo spettatore, e a voi attori, dopo la rappresentazione?
«Il teatro è, prima di tutto, un’esperienza. Il suo segreto risiede nell'unicità di quel momento: quelle parole dette in quella sera specifica, con quella voce, davanti a quel pubblico. È un atto irripetibile. La visione del compositore è radicale e lo spettatore ha la sensazione di entrare nel suo "impazzimento", percependo però l’ostilità di un mondo esterno che non gli viene incontro. Questa difficoltà di relazione definisce l’umore della pièce. C’è una frase che racchiude tutto: “Qualcuno ha scritto nella mia biografia che sono matto perché voglio salvare il mondo con la musica. Voi spettatori, o voi mondo, non volete salvare il mondo con la musica, voi non volete salvarlo affatto, il vostro mondo è salvo”. È una provocazione che scuote chi ascolta».
In questa chiusura in una "stanza della mente" è difficile non intravedere un richiamo al Prospero shakespeariano...
«È un accostamento calzante. Nel Novecento, Prospero è stato spesso interpretato come un mago-demiurgo che immagina e crea la realtà che lo circonda. Se per Prospero l’isola è lo spazio della sua mente, per il nostro compositore lo è questa stanza. C’è un’assonanza profonda: entrambi abitano un luogo dove il confine tra creazione e proiezione mentale svanisce».






