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Mario Tobino era uno psichiatra e uno scrittore. Queste due anime si intrecciano due volte: con il romanzo Le libere donne di Magliano (1953), a cui è ispirata la serie TV Libere donne, e con la raccolta di racconti Per le antiche scale (1972), con cui vinse il Premio Campiello e che divenne un film diretto da Mario Bolognini, con Marcello Mastroianni, nel 1975. Libri che offrirono uno sguardo nuovo, empatico ma al contempo rigoroso, su che cosa erano i manicomi e di come, in assenza di vere e proprie armi (la psichiatria andava davvero per tentativi quasi sempre brutali, e non certo solo in Italia), più che di cura si poteva parlare di accudimento e contenimento, e la differenza la faceva l’umanità o meno di medici e infermieri.


Il manicomio dove Mario Tobino entrò nel 1943, fino a diventarne il direttore, e in cui trascorse 40 anni della sua vita (ci viveva proprio), era quello femminile di Maggiano, vicino a Lucca, che nel romanzo volle cambiare per pudore e rispetto in Magliano. L’edificio era un monastero del ’400 incastonato nelle colline intorno a Lucca e diventato poi un ospedale psichiatrico nel Settecento.


Per esservi ricoverate, spesso dimenticate, alle donne bastava poco: anche solo un marito che voleva sbarazzarsene per risposarsi, oppure essere una figlia di cui vergognarsi perché viveva la sua sessualità. Oppure donne cadute in depressione, ragazze ribelli e anticonformiste. Poi, certo, c’erano anche le pazienti affette da patologie psichiatriche vere e proprie, ma per loro, spesso definite “le agitate”, c’era un reparto dove si faceva largo uso della camicia di forza, del getto violento di acqua gelata e dell’elettroshock. Mario Tobino posò su quelle donne segnate, ferite, sofferenti, smarrite, disgregate, disperate (alto il tasso di suicidi) uno sguardo di umana pietà, innanzitutto riconoscendo a esse la dignità e poi cercando di limitare i sistemi di contenimento violento e dando loro modo di dedicarsi ad attività manuali, secondo le loro inclinazioni. E, come spiega bene nella prefazione che scrisse alla riedizione del libro risalente agli anni Ottanta, la vera rivoluzione la fece l’arrivo degli psicofarmaci. Al contrario di Basaglia, lui era favorevole all’umanizzazione dei manicomi, ma non alla loro completa dismissione.


Mario Tobino è nato a Viareggio nel 1910. Dopo la laurea viene chiamato ad assolvere il servizio militare per poi tornare a studiare a Bologna, dove si specializza in neurologia, psichiatria e medicina legale. Comincia a lavorare all’ospedale psichiatrico di Ancona, dove inizia a scrivere come risposta al dolore e alle sofferenze a cui assisteva e che in parte viveva lui stesso. Nel 1939 esce la sua prima raccolta di poesie, Amicizia.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale viene richiamato e inviato sul fronte libico, dove rimane fino al 1942: questa esperienza è raccontata nel romanzo Il deserto della Libia (1952), da cui sono stati tratti due film, Scemo di guerra (1985) di Dino Risi e Le rose del deserto (2006) di Mario Monicelli.
Nel 1943 partecipa attivamente alla Resistenza, e dalle vicende di lotta partigiana e fratricida prende spunto per scrivere il romanzo Il clandestino (con cui nel 1962 vinse il Premio Strega).
Dopo la guerra riprende a lavorare in ospedali psichiatrici, prima per alcuni mesi a Firenze, in seguito definitivamente a Maggiano. Pubblica la raccolta di poesie Veleno e amore, il romanzo Il figlio del farmacista e i racconti riuniti sotto il titolo La gelosia del marinaio.
Nel 1953, dicevamo, esce Le libere donne di Magliano: «Scrissi questo libro per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore», dirà anni dopo lo psichiatra del suo volume, «e il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà. Non sottilizzai sulle parole, se era meglio chiamare l’istituto manicomio oppure ospedale psichiatrico, usai le parole più rapide, scrissi matti, come il popolo li chiama, invece di malati di mente. Correvo al mio scopo, tentai di richiamare l’attenzione dei sani su coloro che erano stati colpiti dalla follia».
Nel 1956, con Einaudi, pubblica La brace dei Biassoli, romanzo autobiografico.
Nel 1966 pubblica Sulla spiaggia e di là dal molo (Mondadori), omaggio a Viareggio, la sua città natale e alla sua storia. Proprio una frase di Tobino («Viareggio, in te son nato, in te spero morire») è stata dipinta a caratteri cubitali sul molo di Viareggio, tanto da caratterizzarne il panorama.
Dopo la Legge Basaglia (1978) scrisse Gli ultimi giorni di Magliano, in cui prevedeva tutti i disagi e i suicidi dei malati che sarebbero rimasti di fatto senza alcuna assistenza dopo le dimissioni dai manicomi; diceva che «la sua vita era lì, che i pazzi erano i suoi simili» e che «la cupa malinconia, l’architettura della paranoia, le catene delle ossessioni esistono anche se si chiude il manicomio».


Pur non essendosi mai sposato, è rimasto legato sentimentalmente a Paola Olivetti (Levi), sorella di Natalia Ginzburg, che era stata sposata con Adriano Olivetti, da cui aveva avuto tre figli, e con Carlo Levi, da cui aveva avuto una figlia. Tobino e Paola restarono insieme fino alla morte di lei, avvenuta il 1° luglio 1986 a Firenze. Michele Soavi, il regista della serie Tv Libere donne, è uno dei nipoti di Paola Olivetti (Levi)
Mario Tobino muore ad Agrigento l’11 dicembre 1991, dove il giorno precedente si era recato per ritirare il Premio Pirandello.





