C'è una parrucca bionda, cotonata come una nuvola sopra il Tennessee, che per mezzo secolo ha fatto megafono, e anche scudo, a un talento immenso: quello di scrivere canzoni capaci di attraversare le epoche senza invecchiare di un giorno. Dolly Parton è morta a 80 anni, e con lei se ne va uno degli ultimi grandi narratori popolari d'America, una donna che ha trasformato la povertà rurale del suo Tennessee in un repertorio di verità semplici, cantate con una voce che sapeva essere insieme dolce e tagliente.

Aveva annunciato, alla fine del 2025, l'annullamento di alcuni concerti per generici motivi di salute; solo dopo la sua scomparsa si è saputo che era malata di cancro. Ad annunciarne la morte, martedì 25 agosto, è stato un nipote, con un video sui social: l'ultima delle sue tante epifanie mediatiche, affidata non più a un palco ma a uno schermo.

Parton lascia oltre cinquant'anni di carriera, più di cinquanta dischi in studio, oltre cento milioni di copie vendute, undici Grammy. Ma se dovessimo scegliere una sola canzone per raccontare chi è stata, sarebbe "Jolene". Non "9 to 5", non "I Will Always Love You", pure sue, pure immortali, ma quella supplica disperata rivolta a una rivale in amore "di bellezza senza pari", scritta di getto nel 1973 e uscita l'anno dopo nell'album omonimo.

Dolly raccontò più volte come nacque: un'impiegata di banca dai capelli rossi che flirtava con suo marito Carl Dean, sposato da poco; e un nome, Jolene, rubato a una bambina incontrata dopo una puntata del "Porter Wagoner Show", che le si era presentata chiedendole un autografo. Da quella gelosia minuscola e da quel nome ripetuto come un mantra, Parton costruì tre minuti e quarantuno secondi che sono ancora oggi, a più di cinquant'anni di distanza, uno dei brani più reinterpretati della musica country.

È qui che sta il segreto della sua grandezza, ed è qui che si misura la sua eredità: "Jolene" non ha mai smesso di essere cantata. L'ha incisa Olivia Newton-John, l'hanno stravolta i White Stripes, l'ha resa virale online Miley Cyrusdi cui Dolly era madrina — in una versione ascoltata online centinaia di milioni di volte. L'ha portata nel suo primo disco country Beyoncé, nel 2024, cambiandone il finale e il tono, rendendo Jolene meno una minaccia da supplicare e più un'avversaria da fronteggiare: segno di come ogni generazione riscriva la canzone a propria immagine, senza mai consumarla.

E proprio nel 2024 Dolly l'ha cantata insieme ai Måneskin, il gruppo italiano più ascoltato all'estero, in una versione "deluxe" del suo ultimo album Rockstar: un passaggio di consegne tra un'icona che ha attraversato mezzo secolo di musica e una band nata dentro i social media, a dimostrazione che "Jolene" non conosce confini di lingua né di generazione.

Non è un caso isolato. Il country — genere che per decenni in Europa è rimasto ai margini, buono al più per qualche colonna sonora western — è oggi la lingua in cui sempre più artisti scelgono di raccontarsi. Ne parlano i film dedicati ai grandi padri del genere, da Johnny Cash a Bob Dylan, tornati protagonisti di racconti biografici che ne restituiscono la statura mitologica.

Una persona tiene in mano un ritratto della cantante e attrice Dolly Parton vicino alla sua stella sulla Hollywood Walk of Fame dopo la sua morte, a Hollywood, Los Angeles, California, USA, 25 agosto 2026. La leggenda della musica country statunitense Dolly Parton è morta all'età di 80 anni, come annunciato dalla sua famiglia sui social media il 25 agosto 2026. EPA/CHRIS TORRES (EPA)

Ne parla la stessa Beyoncé, che con "Cowboy Carter" ha rivendicato un posto nella tradizione country per un pubblico e per un'identità che quella tradizione aveva spesso escluso. E ne parla, più vicino a noi, J-Ax, che nel 2026 ha scelto di reinventarsi cantautore country, cappello da cowboy compreso, portando sul palco di Sanremo un genere che fino a poco tempo fa sembrava lontanissimo dalla scena pop italiana. Il country, insomma, non è più un recinto: è diventato un crocevia, un luogo dove si incontrano radici, rivendicazioni e reinvenzioni. E Dolly Parton, che quel recinto lo ha sempre abitato e insieme travalicato, resta il punto fermo a cui tutti, prima o poi, tornano.

C'è infine un capitolo della sua vita che merita di essere raccontato con la stessa attenzione riservata alla musica: quello della filantropia. Parton diceva di essere cresciuta convinta che, quando si è nella condizione di poter aiutare qualcuno, lo si debba fare. Lo ha fatto per decenni, spesso partendo da storie personali. Nel 1988 fondò la Dollywood Foundation per contrastare l'abbandono scolastico nella contea del Tennessee in cui era nata, quarta di dodici figli in una famiglia di agricoltori poveri; da lì nacque la Imagination Library, che ha spedito gratuitamente più di trecento milioni di libri a bambine e bambini in tutto il mondo, dalla nascita fino ai cinque anni.

Ha finanziato la ricerca sul cancro pediatrico, a marzo di quest'anno un ospedale del Tennessee ha preso il suo nome, anche per via di una nipote curata lì per una leucemia, e nel 2020 ha donato un milione di dollari al centro medico della Vanderbilt University, contribuendo a finanziare le fasi iniziali della ricerca che avrebbe portato al vaccino a mRNA di Moderna contro il Covid-19.

Si fece fotografare mentre veniva vaccinata cantando una versione di "Jolene" con il testo riscritto per l'occasione, sostituendo il nome della rivale con quello del vaccino: un gesto insieme ironico e serissimo, perfettamente coerente con una vita passata a mettere la propria voce, letteralmente, al servizio degli altri.

Se n'è andata così Dolly Parton: cantando, aiutando, restando sé stessa fino in fondo. E lasciando in eredità una canzone, "Jolene", che continuerà a essere scritta da capo, in ogni lingua e in ogni epoca, ogni volta che qualcuno avrà paura di perdere qualcosa di prezioso.