Per celebrare così il 15° anniversario della Andrea Bocelli Foundation, il grande tenore italiano fa dato vita al progetto del primo ABF Voices of Global Gathering, un coro formato dai bambini e ragazzi di quattro Paesi del mondo che si sono ritrovati in Italia per dieci giorni, dal 20 al 29 luglio scorsi per una serie di concerti e per vivere esperienza di dialogo e amicizia. Andrea Boicelli ci ha rilasciato una lunga intervista in cui abbiamo toccato i tremi della pace, dell’educazione, dell’importanza della musica e della fede nella sua vita.

Quando è nata l’idea di costituire un coro internazionale di bambini?

«Il nostro progetto nasce come una rete di cori nati e cresciuti ognuno nel suo territorio, con i propri educatori, la propria lingua e la propria identità. Abbiamo cominciato a elaborare questo modello circa dodici anni fa, e il primo passo concreto è stato “Voices of Haiti”, avviato nel 2016 insieme alla locale Fondation Saint Luc. Da quell’esperienza abbiamo toccato con mano quanto la pratica corale potesse offrire ai ragazzi una formazione musicale e, insieme, uno spazio stabile di crescita. Si sono aggiunti poi i cori di Camerino e del Rione Sanità di Napoli, quello della Terra Santa, tra Gerusalemme e Betlemme, e quello di Nabikabala, in Uganda. L’idea di riunirli è maturata man mano che il programma si allargava e il Global Gathering è stato il primo incontro di questa comunità internazionale, dopo anni di lavoro compiuto localmente... Per dieci giorni i ragazzi hanno potuto scoprire che i cori ai quali appartengono sono parti di una realtà più ampia, nella quale ogni voce conserva la propria origine e impara ad accordarsi alle altre».

Il coro della Andrea Bocelli Foundation si esibisce a Palazzo Madana lo scorso luglio

Quali sono i principi e gli obiettivi che lo animano?

«Ogni bambino ha un talento, e ha diritto a qualcuno che lo aiuti a scoprirlo. La voce è lo strumento musicale più immediato, perché appartiene a ciascuno e permette di cominciare senza disporre di mezzi particolari. Il canto corale, poi, richiede una disciplina che educa. Bisogna ascoltare gli altri, rispettare i tempi comuni, controllare il proprio intervento e assumersi una responsabilità verso il gruppo. La musica è dunque il punto di partenza. Quello che ci interessa è la crescita dei ragazzi: la fiducia in sé stessi, la capacità di collaborare, di comunicare, di accogliere chi arriva da un’esperienza diversa. Nei luoghi segnati dalla povertà educativa, dal conflitto o da una calamità, il coro può diventare uno spazio sicuro e continuativo... Un luogo dove nessuno deve rinunciare a ciò che è».

Dopo questa esperienza in Italia la Fondazione ha in progetto di tornare a riunirli per iniziative analoghe?

«Questo primo Gathering ci ha confermato che l’idea da cui siamo partiti – far incontrare i cori dei diversi Paesi – regge alla prova dei fatti. Riunire ragazzi provenienti da territori tanto lontani richiede un lavoro educativo, organizzativo e umano impegnativo: dietro i loro sorrisi vi sono mesi di preparazione, il coinvolgimento delle famiglie, documenti, burocrazia, viaggi complessi e una grande responsabilità affidata agli accompagnatori e al team della Fondazione. Il nostro auspicio è poterla ripetere e offrire in futuro occasioni analoghe a un numero crescente di giovani, magari portando il Gathering anche in altri luoghi del mondo. Ogni nuova edizione dovrà nascere dall’ascolto dei territori e dalla valutazione attenta di quanto questa prima esperienza avrà prodotto dopo il ritorno a casa. Preferisco che i progetti crescano attraverso passi solidi, conservando la qualità del percorso... Quanto abbiamo vissuto in questi giorni è un inizio più che incoraggiante».

In questi giorni intensi con i bambini che cosa ha avuto modo di osservare nelle interazioni anche quotidiane di coristi con storie così diverse tra di loro?

«C’era, anzitutto, una gran curiosità reciproca. Le differenze di lingua, che all’inizio potevano sembrare un ostacolo, hanno spinto i ragazzi a cercare altri modi per comprendersi. Bastavano un gesto, una parola imparata nella lingua di un compagno, un gioco o una melodia riconosciuta. Durante le attività, i pasti e le prove, la naturale prudenza dei primi incontri ha lasciato gradualmente spazio alla confidenza... E il coro ha accelerato questo processo, perché obbliga a prestare attenzione a chi si ha accanto. Per entrare insieme, respirare nello stesso momento e costruire un fraseggio comune bisogna ascoltarsi davvero. Ragazzi cresciuti in luoghi dove la vita quotidiana ha poco in comune hanno scoperto di condividere emozioni, timori e desideri molto simili. Mi ha colpito soprattutto la loro felicità, una felicità capace di trasmettere energia a tutti noi adulti. Ad ascoltarli cantare insieme, sembrava semplice ciò che aveva richiesto un lavoro enorme. Forse è questa una delle lezioni più importanti che ci hanno dato: per stare insieme basta che noi adulti creiamo le condizioni perché le persone si conoscano».

Come pensa che questa esperienza possa germogliare semi di pace anche nei Paesi di origine dei piccoli coristi, dove torneranno continuando il loro percorso ma confrontandosi con la dura realtà dei loro Paesi?

«Sarebbe ingiusto caricare i bambini della responsabilità di risolvere conflitti generati dagli adulti. Quando torneranno a casa, le difficoltà dei loro Paesi saranno ancora presenti. Il Gathering non modifica le condizioni politiche, economiche o sociali nelle quali vivono. Può però modificare il modo in cui ciascuno di loro considera l’altro e immagina il proprio futuro. Questi ragazzi hanno sperimentato che una persona proveniente da una cultura diversa può diventare un compagno, che una lingua sconosciuta può suscitare curiosità invece di diffidenza e che le differenze possono concorrere a un risultato comune. Rientreranno con nomi, voci e canzoni che prima non conoscevano, porteranno questa memoria nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità. Anche la pace, credo, comincia da esperienze piccole come questa, che insegnano a riconoscere una persona prima di una categoria. Ma un seme simile richiede tempo, cura e continuità, ed è per questo che il lavoro decisivo riprenderà nei territori, accanto ai maestri, agli educatori e alle famiglie».

ANSA
ANSA
Papa Leone XIV durante il Cantico di pace al Borgo Laudato si’ (ANSA)

Al Borgo Laudato si’ è tornato a cantare per un Pontefice, come le è accaduto già tante volte nella sua lunga carriera. Che cosa rappresenta per lei questo connubio tra la musica e la Chiesa cattolica?

«Sono cristiano, sono cattolico e considero la fede l’asse portante, il faro principale della mia vita. Per me la musica tende per natura allo spirito: solleva l’animo, aiuta a raccogliersi, e a volte diventa preghiera. La Chiesa ha custodito e alimentato per secoli una parte immensa del patrimonio musicale occidentale, e a Borgo Laudato si’ questo legame ha assunto un significato particolarmente intenso. Il Cantico delle Creature di San Francesco ha ispirato una preghiera per la pace guidata da Papa Leone XIV, mentre ragazzi provenienti da luoghi feriti dalla guerra e dalla povertà univano le loro voci. In quel contesto la musica ha ritrovato una delle sue funzioni più antiche (e anche più alte): ha accompagnato una comunità nella preghiera e ha affidato alla bellezza una richiesta di riconciliazione».

ANSA/GIORGIO ONORATI
ANSA/GIORGIO ONORATI
Papa Francesco e Andrea Bocelli durante l'udienza generale in Vaticano del 2 agosto 2017 (ANSA)

Ha qualche ricordo particolare dei suoi incontri con i Papi che vuole condividere con i lettori di Famiglia Cristiana?

«Ho avuto il privilegio di cantare per Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Papa Francesco e ora Leone XIV. Ogni incontro ha lasciato in me un’impressione profonda, perché davanti al Pontefice avverto una responsabilità spirituale che riguarda milioni di persone. Tra i ricordi più cari vi è il primo incontro con Papa Francesco a Santa Marta. Veronica ed io gli parlammo della Fondazione e gli chiedemmo un consiglio sul modo migliore di orientarne il lavoro. Ci ascoltò e, alla fine, fu lui a ringraziare noi, con una semplicità che mi lasciò senza parole. Ci incoraggiò a concentrare una parte importante delle nostre energie su Haiti, terra che gli stava particolarmente a cuore. Qualche anno dopo tornammo da lui con sessanta ragazzi di Voices of Haiti. Al termine dell’esibizione volle salutarli uno per uno e disse loro: «Siete belli… e cantate benissimo!». Ricordo ancora la loro emozione. Anche l’incontro con Leone XIV resterà nella memoria: ha parlato ai ragazzi della bellezza come via verso la pace e ha assicurato la propria preghiera alle loro famiglie e ai Paesi nei quali continuano i conflitti. Parole che acquistano una forza speciale quando vengono rivolte a chi quella sofferenza la conosce nella vita quotidiana».

Nei progetti educativi della Fondazione la musica ha naturalmente un ruolo centrale. Che tipo di progetti portate avanti nei Paesi in cui siete presenti? E quanti ragazzi avete coinvolto in questi anni?

«Con ABF Voices of abbiamo creato cori in Haiti, Uganda, Terra Santa e Italia, offrendo ai ragazzi una formazione che non si interrompe e un luogo dove studiare, ma anche esprimersi e imparare a lavorare insieme. Ogni coro ha però una storia sua, perché risponde al luogo in cui si trova: uno è nato dopo un terremoto, uno in un quartiere difficile, uno in un villaggio dove la scuola è il centro di tutto, uno in una terra divisa. Il programma coinvolge oggi direttamente oltre duecento bambini e giovani ogni anno. Ma il nostro impegno educativo è più ampio: abbiamo portato arte, musica e strumenti digitali nelle scuole costruite e ricostruite dalla Fondazione in Italia e ad Haiti, nelle scuole in ospedale e nei laboratori rivolti agli studenti ospedalizzati. Promuoviamo inoltre programmi di musicoterapia pediatrica e percorsi di alta formazione, con masterclass di canto lirico, musica da camera e songwriting dedicate ai giovani che desiderano approfondire il proprio talento e prepararsi a una professione. In quindici anni abbiamo costruito dodici scuole in Italia e ad Haiti, che hanno offerto un’istruzione di qualità a più di ventimila studenti. Altri diciassettemila ragazzi ospedalizzati sono stati raggiunti attraverso gli ABF Digital Lab: decine di migliaia di ragazzi, in quindici anni. Sono progetti diversi per età, luoghi e obiettivi, ma nascono tutti dalla medesima convinzione: avere cura di una persona significa anzitutto avere cura della sua educazione».

Quanto la musica incontrata sin dall’infanzia ha contribuito a farla diventare l’uomo che è diventato?

«Stando ai racconti dei miei genitori, la musica aveva su di me un effetto straordinario già quando ero in culla. Appena ascoltavo un brano, soprattutto se lirico, smettevo di piangere. Il momento decisivo arrivò intorno ai sei o sette anni, quando ricevetti un disco con l’“Improvviso” dall’Andrea Chénier di Umberto Giordano, cantato da Franco Corelli. Sarebbe poi diventato il mio maestro, ma già allora quell’ascolto indicò con chiarezza la direzione della mia vita. La musica mi ha insegnato la disciplina, la pazienza dello studio e il rispetto verso qualcosa di più grande dell’interprete. Ha inoltre accompagnato il mio cammino di fede, perché attraverso la bellezza ho spesso percepito una realtà che supera ciò che possiamo spiegare razionalmente. L’uomo che sono dipende anzitutto dalla famiglia nella quale ho avuto la fortuna di crescere e dai valori ricevuti dai miei genitori; la musica ha dato a quei valori una voce e una forma attraverso cui condividerli».

EPA/CAROLINE BREHMAN
EPA/CAROLINE BREHMAN
Andrea Bocelli e suo figlio Matteo (EPA)

Tra i suoi tre figli è soprattutto Matteo che ha intrapreso un percorso professionale nella musica. È stato al suo fianco anche in questo progetto?

«Matteo ha seguito con affetto il lavoro della Fondazione e condivide l’idea che la musica possa essere messa al servizio degli altri. Sono felice che abbia scelto questa strada, con un linguaggio e una sensibilità che gli appartengono, e cantare con lui è sempre una gioia. Questa volta non ha avuto occasione di esibirsi pubblicamente con i cori, ma negli anni è stato più volte in missione con noi, come i nostri altri figli: hanno stretto la mano ai ragazzi, sono entrati nelle scuole, hanno respirato quei luoghi. La Fondazione è una casa che abbiamo costruito insieme, e il Global Gathering appartiene a tutta la famiglia ABF».

Il coro del Global Gathering al Teatro del silenzio di Lajatico lo scorso luglio

Tra le esibizioni di questi giorni c’è stata quella al Teatro del Silenzio. Questo silenzio, inteso come interiore e come armonia dei rumori di fondo grazie alla musica, è un concetto affine a quello di pace come assenza di conflitti e armonia tra le differenze. Si potrebbe immaginare per il futuro un’educazione meno rivolta alle competenze e più tesa a coltivare l’arte e le emozioni?

«Parlerei forse di un’educazione capace di intendere in modo più ampio la parola “competenze”, perché il silenzio è la condizione per ascoltare, e l’ascolto sta alla base di ogni incontro vero, nella musica come nella vita. Lo abbiamo sperimentato anche in questi giorni, quando ragazzi con lingue, culture e storie diverse hanno dovuto cominciare col prestarsi attenzione per poter cantare insieme. La scuola deve certamente trasmettere conoscenze e strumenti concreti, ma dovrebbe anche formare la persona nella sua interezza, aiutandola a comprendere le proprie emozioni, a riconoscere quelle degli altri e a sviluppare sensibilità e immaginazione. L’arte svolge questo compito con particolare efficacia, perché unisce libertà e disciplina e insegna che la propria voce ha valore, ma deve sapersi accordare con le altre. Anche la pace, probabilmente, nasce da questa capacità: non dal cancellare le differenze, ma dall’imparare a convivere, ad ascoltarsi e a costruire qualcosa insieme».

Sente che la notorietà e la stima internazionale di cui gode le impongano una speciale responsabilità per il bene collettivo?

«La notorietà, in sé, è un fatto esteriore: non è un merito. Ho sempre avvertito, però, che la credibilità conquistata attraverso la musica portasse con sé una responsabilità. E se un nome conosciuto può aprire una porta, attirare attenzione su un problema, generare fiducia o raccogliere risorse per un progetto utile, allora quella notorietà acquista un senso. La Fondazione nasce anche dalla volontà di trasformare l’affetto ricevuto dal pubblico in occasioni reali e tangibili, per persone e comunità che dispongono di possibilità minori. Considero il talento un dono ricevuto dal cielo, e ogni dono porta con sé il dovere di essere coltivato e condiviso. Cerco di fare la mia parte con gli strumenti che possiedo, sapendo che il mio contributo resta piccolo rispetto ai bisogni del mondo. Da soli si può fare molto, insieme si può fare molto di più: in questi primi quindici anni di ABF non c’è stato un giorno in cui non ne abbia avuto conferma».