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Peppino Di Capri durante un concerto nel 2005
Si è spenta una delle voci più amate della musica italiana. Peppino Di Capri è morto oggi, a 86 anni, dopo una lunga malattia, nella sua amata Capri, l'isola dove era nato il 27 luglio 1939 con il nome di Giuseppe Faiella e alla quale era rimasto legato per tutta la vita. Proprio lì, nell'estate del 2025, aveva voluto salutare ancora una volta il suo pubblico, comparendo a sorpresa sul palco insieme ai Capri Rockers, la band guidata dal figlio Edoardo. È stato l'ultimo regalo di un artista che per oltre sessant'anni ha accompagnato la colonna sonora degli italiani.


Peppino Di Capri si è spento all'età di 87 anni dopo una lunghissima carriera
(ANSA)Con il suo pianoforte, la voce morbida da crooner e un'eleganza mai ostentata, Peppino Di Capri ha attraversato le stagioni del Paese: dal boom economico alla televisione in bianco e nero, dagli anni della Dolce Vita fino al nuovo millennio. Ha cantato gli amori, le estati, la malinconia, ma soprattutto ha saputo fare qualcosa che sembrava impossibile: prendere la grande tradizione della canzone napoletana e farla dialogare con il rock'n'roll americano, il twist, il jazz e il pop internazionale senza tradirne l'anima.
Come scrisse la giornalista Marinella Venegoni, «con lui la canzone napoletana indossò la minigonna», una definizione diventata ormai proverbiale perché racconta perfettamente la rivoluzione silenziosa che portò nella musica italiana.
Il bambino prodigio che suonava per i soldati americani
La musica arrivò nella sua vita prima ancora delle parole. «Ancora non ero nato, e già suonavo il piano nella pancia di mia madre», raccontò in un'intervista. Nato in una famiglia di musicisti, aveva l'orecchio assoluto e a soli quattro anni si esibiva già per i soldati americani acquartierati a Capri dopo lo sbarco alleato. Il generale Mark Clark chiese perfino di poter ascoltare ogni fine settimana quel bambino prodigio che riproduceva a orecchio le melodie d'oltreoceano. Fu proprio quell'incontro tra le canzoni napoletane che ascoltava dalla madre e i ritmi americani diffusi dalle radio delle truppe a segnare tutta la sua carriera. «Sento in me sia la vena americana sia quella napoletanizzante. Fin da ragazzo ho cercato una fusione perfetta fra questi due mondi», spiegò molti anni dopo.
Il re del twist italiano
Alla fine degli anni Cinquanta arrivò il successo. Prima con le rivisitazioni moderne dei classici napoletani, poi con Let's Twist Again, St. Tropez Twist, Roberta, fino a diventare il volto italiano del nuovo ballo che arrivava dagli Stati Uniti. Quando nel 1965 i Beatles sbarcarono in Italia, fu proprio Peppino Di Capri ad aprire alcuni dei loro concerti. Un'esperienza che ricordava con ironia: «Guardavo i loro amplificatori giganti e pensavo che fossero armadi». Negli anni d'oro arrivò a tenere circa 250 concerti l'anno e vendette oltre 30 milioni di dischi, imponendosi come uno dei protagonisti assoluti della musica leggera italiana.


Peppino Di Capri al Festival di Sanremo del 2023 con Amadeus
(ANSA)Le cadute e la rinascita
La sua storia, però, non fu una lunga corsa senza ostacoli. Alla metà degli anni Sessanta arrivarono la crisi personale, la fine del matrimonio con Roberta Stoppa e un periodo di difficoltà artistica. Il pubblico sembrava averlo dimenticato. Fu allora che scelse di ricominciare da capo.
Con gli ultimi risparmi fondò una propria casa discografica, la Splash, e tornò a credere nella sua musica. La rinascita passò attraverso il Festival di Napoli e poi Sanremo.
Nel 1973 vinse il Festival con Un grande amore e niente più, scritta con Franco Califano, e nello stesso anno arrivò Champagne, destinata a diventare una delle canzoni italiane più conosciute al mondo. Un successo nato quasi per caso. Lo stesso Di Capri raccontò che inizialmente il brano non sembrava destinato a lui e che il vero exploit arrivò mesi dopo, quando ci si accorse che era diventato il pezzo più suonato nei piano bar italiani.
Eppure quel successo finì quasi per perseguitarl: «Quando vado in qualsiasi teatro cominciano a gridare "Champagne, Champagne"... Champagne è per il saluto», confessava divertito.


Peppino di Capri partecipa a "Canzonissima" nel 1974
(ANSA)Un artista rimasto fedele alle sue radici
A differenza di molti colleghi, Peppino Di Capri non lasciò mai davvero la sua terra. Scelse di vivere tra Napoli e Capri, rinunciando a trasferirsi stabilmente a Milano o a Roma per inseguire il mercato discografico: «Sono rimasto qui. Amo troppo questi luoghi. Sono fondamentalmente un romantico», spiegava. E raccontava che le sue canzoni continuavano a nascere guardando il Golfo di Napoli e i Faraglioni dalla finestra di casa.
L'amore, la famiglia e la discrezione
Dopo il difficile primo matrimonio, trovò stabilità accanto alla biologa Giuliana Gagliardi, sposata nel 1978 e rimasta al suo fianco fino alla morte, nel 2019. Da lei ebbe due figli, Edoardo e Dario, che si aggiunsero a Igor, nato dal primo matrimonio. Anche nelle interviste parlava dell'amore con una sobrietà lontana dai cliché del divismo. «Se ami davvero, rinunci alla scappatella. Però non è un sacrificio», disse una volta, spiegando come la fedeltà fosse una scelta di libertà e non una rinuncia.
La fede vissuta con riservatezza
Peppino Di Capri non ha mai fatto della propria fede un tema pubblico, né ha costruito intorno ad essa un'immagine mediatica. Tuttavia, in diverse interviste ha lasciato emergere una religiosità semplice e radicata nella tradizione popolare della sua isola, fatta di devozioni, rispetto per i valori familiari e gratitudine per il dono ricevuto attraverso la musica. Chi lo ha conosciuto lo ha sempre descritto come un uomo schivo, lontano dagli eccessi dello spettacolo, profondamente legato alla famiglia e alla sua terra, elementi che hanno rappresentato anche il terreno umano della sua spiritualità.


Peppino Di Capri in gara al Festival di Sanremo del 2005
(ANSA)L'ultimo grande romantico
In quindici partecipazioni al Festival di Sanremo, due vittorie, decine di successi e una carriera lunga oltre sei decenni, Peppino Di Capri ha raccontato un'Italia che cambiava senza mai perdere il gusto della melodia.
Quando gli chiesero quale fosse la canzone a cui era più affezionato, non scelse Champagne, ma I miei capelli bianchi, il brano in cui guardava alla propria vita con serenità: «Ho messo in fila tutti i miei ricordi. In fondo non c'è molto da cambiare».
Forse è questa la sintesi più autentica della sua parabola umana e artistica. Un musicista che non inseguì mai le mode, ma seppe attraversarle tutte. Un uomo che fece entrare il rock nella canzone napoletana senza toglierle l'anima. E che, fino all'ultimo, continuò a guardare il mare di Capri come il luogo da cui tutto era cominciato.






