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Alcune scene del trittico in scena alla Scala. Da sinistra in senso orario: Chroma, Dov'è la luna e Minus 16
C’è un momento, entrando alla Scala, in cui si percepisce subito che la serata avrà un passo diverso: un’energia viva, curiosa, capace di tenere insieme ricerca e coinvolgimento.
Il trittico contemporaneo portato in scena dal Corpo di Ballo diretto da Frédéric Olivieri si conferma infatti un appuntamento riuscito e convincente, capace di parlare a pubblici diversi senza rinunciare alla complessità del linguaggio coreografico.


Ad aprire è Chroma, creazione con cui Wayne McGregor si impose nel 2006 al Royal Ballet. Il titolo rimanda a una saturazione sensoriale che diventa cifra coreografica: linee spezzate, torsioni estreme, dinamiche al limite della possibilità fisica. La scena, essenziale e luminosa, disegnata da John Pawson, dialoga con la partitura sonora di Joby Talbot e Jack White. Ne emerge una scrittura “chirurgica”, che chiede ai danzatori precisione assoluta e intelligenza corporea, in linea con la riflessione dello stesso McGregor nel recente libro We Are Movement. Il risultato è una tensione continua, quasi astratta: più che raccontare, Chroma impressiona per la sua forza cinetica, per quell’“energia” che diventa la sua chiave più immediata.


Cambio di registro con Dov’è la luna di Jean-Christophe Maillot, pagina di rara delicatezza nata negli anni Novanta nel segno di un lutto personale. Sulle note di Aleksandr Skriabin, eseguite dal vivo al pianoforte, la coreografia si costruisce come una meditazione sul distacco: un tessuto di incontri e allontanamenti, simmetrie e sospensioni. Qui il linguaggio si fa più lirico, quasi una “preghiera laica”, affidata alla sensibilità degli interpreti – tra cui Roberto Bolle – capaci di dare forma a quella zona fragile in cui il dolore si trasforma in memoria condivisa. Affiorano echi della grande tradizione novecentesca, da Roland Petit a Maurice Béjart, ma filtrati da una scrittura più intima, quasi trattenuta.


Con Minus 16 di Ohad Naharin la serata cambia ancora pelle. Il coreografo israeliano, creatore del linguaggio Gaga, rompe fin dall’inizio ogni convenzione: lo spettacolo comincia durante l’intervallo, tra spettatori distratti e luci ancora accese. È un invito a lasciarsi coinvolgere, a entrare in un flusso di movimento che nasce da impulsi interni più che da forme codificate. La celebre sequenza su “Echad mi yodea” diventa un momento collettivo trascinante, mentre il finale – con i danzatori che scendono in platea e portano il pubblico sul palco – scioglie definitivamente la distanza tra scena e sala. Non è solo un espediente teatrale, ma una dichiarazione: la danza come esperienza condivisa, capace di generare, anche solo per pochi minuti, una comunità inattesa. Con Minus 16 si è visto tante volte, alla Scala è la prima.
Tre lavori, tre visioni: l’energia quasi astratta di McGregor, l’intimismo “post-neoclassico” di Maillot, lo sperimentalismo partecipativo di Naharin. Alla Scala convivono così rigore e libertà, memoria e presente.
E il risultato è una serata viva, riuscita, capace di lasciare nello spettatore non solo domande, ma anche una contagiosa sensazione di vitalità.
Repliche fino al 28 marzo.





