Prendiamo posto è il titolo dell’ultima iniziativa di The Youth Club, progetto promosso da Fondazione Cariplo in collaborazione con la rivista Stratagemmi. Un pomeriggio di dialogo tra le nuove generazioni e il mondo dello spettacolo dal vivo, dedicato agli under 30 e alla ricerca di strategie per coinvolgerli nel circuito teatrale lombardo.

L’incontro è nato da una serie di workshop condotti da Stratagemmi insieme a un gruppo di giovani, durante i quali sono state raccolte proposte, dubbi e bisogni di una generazione che, almeno stando ai dati, sembra frequentare sempre meno i teatri. Il calo riguarda soprattutto la fascia dei giovani adulti, in particolare dopo la fine del percorso universitario, mentre la scuola e l’università continuano a rappresentare importanti occasioni di avvicinamento alla scena.

«Nella scuola c’è una profonda esigenza di fare esperienza, ovvero vivere le cose in modo tale da poterle acquisire con consapevolezza», racconta Simone Zaffina, professore del Liceo classico Beccaria di Milano. «Un percorso di educazione alla teatralità, come avveniva nell’antica Grecia, è fondamentale per le persone in formazione. È un’educazione di tipo etico: il teatro e la scuola sono agenzie educative».

Da qui le tre domande formulate dai ragazzi e poste al centro della giornata: come continuare a stare insieme grazie al teatro, intorno alla scena? Come riabitare luoghi spesso percepiti come statici, rendendoli più aperti all’incontro e alla partecipazione? E come può il teatro parlare del presente e delle nuove generazioni, rivolgendosi direttamente a loro? Tre questioni che hanno guidato il confronto, tra comunità, spazi e linguaggi.

A raccogliere la sfida sono stati alcuni rappresentanti delle istituzioni teatrali lombarde, chiamati a confrontarsi con le proposte dei giovani. Simone Pelucchi, presidente dell’associazione Lo Snodo di Erba, ha raccontato come il teatro possa diventare uno strumento per avvicinare i ragazzi e riportarli al centro della programmazione culturale del territorio.

Sul rapporto tra spazi e partecipazione si è soffermata Andrée Ruth Shammah, storica direttrice artistica del Teatro Franco Parenti di Milano. Anche la disposizione di una sala, infatti, può contribuire a modificare la relazione tra pubblico e spettacolo. «Una sala con palcoscenico a quota ribassata e platea a gradoni permette un diverso rapporto tra spettatori e attori. Aiuta a ripensare la relazione, perché l’estetica è anche etica», ha spiegato, sottolineando come l’organizzazione dello spazio possa favorire un’esperienza teatrale meno distante e più partecipata.

L’ultima questione ha riguardato il linguaggio della scena, spesso percepito dai più giovani come distante, noioso o poco coinvolgente. A rispondere è stata Floriana Tessitore, dell’ufficio stampa del Teatro Dal Verme: «Chi ha pensato i più famosi brani musicali aveva l’età dei giovani che portiamo a teatro. E allora chi si può riconoscere in queste composizioni se non loro? L’età non è un discrimine. Il problema lo ha creato chi un secolo fa ha separato l’arte dalla quotidianità».

Ma il confronto non si è esaurito negli interventi degli ospiti. Nell’«agorà», lo spazio dedicato alle voci dei giovani che hanno contribuito a ideare l’iniziativa, il dialogo con le istituzioni si è fatto più diretto. «Si è parlato molto di giovani oggi, ma abbiamo sempre poco spazio per parlare. Ci sarà sempre la necessità di uccidere i maestri, finché questi non vorranno venire a braccetto con noi», ha osservato Nicolò. «È compito e responsabilità di tutti rompere questa catena storica, affinché le prossime generazioni non vogliano uccidere anche noi».

Una richiesta di ascolto, ma anche il desiderio di riconoscersi in un’esperienza condivisa. «Il fatto che ci sia tutta questa voglia di manifestare, oggi, è un chiaro sintomo che vogliamo stare insieme», ha aggiunto Filippo. Un altro ragazzo ha richiamato una frase del regista Gabriele Vacis: «Il teatro deve essere esperienza, sennò meglio Netflix». E ha proseguito: «Il teatro non parla di storie, ma di esseri umani, ed è così da millenni. L’empatia allora potrebbe essere lo strumento per risolvere alcune questioni».

A chiudere l’incontro è stata la psicoterapeuta Anna Stefi, che ha riportato la riflessione sul valore dell’ascolto e sulla possibilità di costruire legami tra generazioni. «La nostra generazione è molto paurosa. Le piazze diventano politiche quando i giovani ci convincono che abbiamo qualcosa in comune, che possiamo ascoltarci e sostenerci vicendevolmente».

È forse qui che si trova una delle possibilità di The Youth Club: non soltanto individuare nuove strategie per avvicinare gli under 30 al teatro, ma creare occasioni in cui i giovani possano contribuire a ripensarne gli spazi, i linguaggi e le forme di partecipazione. Non semplici destinatari di un’offerta culturale da rinnovare, dunque, ma interlocutori con cui costruire il futuro dello spettacolo dal vivo.