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Oleksandr Bedenyuk
La decisione del Massachusetts di consentire l’aborto fino all’ultimo giorno di gravidanza (decimo Stato degli Usa che con una legge cancella ogni riferimento all'età gestazionale – ovvero a che punto è la gravidanza – per l'interruzione, ndr) non è un fatto da archiviare tra le cronache internazionali: è una ferita che attraversa la coscienza collettiva, un varco che ci costringe a interrogarci su chi siamo e su chi stiamo diventando. Non è una conquista di civiltà. È il segno di una civiltà che fatica a lasciarsi toccare dalla fragilità, che fatica soprattutto a guardare senza distogliere lo sguardo.


Per comprendere la portata culturale di questa decisione, è utile guardare alla realtà concreta. Al CAV Mangiagalli, dove ogni giorno incrociamo storie che non fanno rumore, questa notizia non sorprende. È il punto estremo di una traiettoria culturale che conosciamo bene: quando si accetta l’aborto nelle prime settimane, quando si dice che “non è ancora vita”, quando si introduce l’idea che la dignità dipenda dal grado di desiderabilità, allora l’asticella inevitabilmente si sposta. Prima di qualche settimana. Poi di qualche mese. Fino a dove? Fino a quando? Fino a chi?
La cultura dello scarto non avanza con dichiarazioni fragorose: avanza un po’ alla volta, ogni volta che un fragile viene considerato meno degno, meno importante, meno “persona”.
Talvolta al CAV Mangiagalli arrivano anche mamme al quinto mese indirizzate verso un aborto terapeutico. Ricordo in particolare una coppia, arrivata al CAV appena dopo aver ricevuto la diagnosi di una grave malformazione cardiaca del bimbo ancora in grembo, che purtroppo rischiava di non sopravvivere alla nascita, e se anche fosse sopravvissuto forse non avrebbe superato i successivi interventi chirurgici. “Forse”. Una parola che pesa come un macigno quando la paura prende il sopravvento. Quella coppia, però, dopo aver chiesto aiuto e vicinanza al CAV decise di portare avanti la gravidanza. Quel bambino è nato. Ha superato gli interventi chirurgici, la convalescenza. E oggi corre. Ride. Vive.
E ricordo un’altra storia. Una mamma in attesa del terzo figlio che si era rivolta a noi per un aiuto indecisa se portare avanti la gravidanza vista la difficilissima situazione economica e familiare. Dopo il colloquio decise di accogliere quel bel maschietto. Un bimbo nato sano, ma a tre anni si ammala gravemente fino a quando giunge la triste notizia. Quel bambino è vissuto tre anni. Ma quei tre anni sono stati pieni, intensi, luminosi. Una vita breve non è una vita di minor valore. Ricordo ancora quelle parole della mamma al telefono a poche ore dalla morte del piccolo. Grazie, perché mi avete dato la possibilità di conoscerlo.
Queste esperienze non sono eccezioni: sono la trama quotidiana di ciò che accade quando la fragilità viene accolta invece che scartata.
La decisione del Massachusetts obbliga a una domanda di fondo: quale criterio usiamo per definire il valore della vita?
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: la vita non vale di più perché è desiderata. Non vale di più perché è sana.
E se un bambino, una volta nato, dovesse ammalarsi? Perderebbe valore? Se una madre, sopraffatta dalla paura, non riesce a desiderare subito il figlio che porta in grembo, quel figlio vale meno? Se una diagnosi prenatale non promette perfezione, quella vita è negoziabile, si può mettere in discussione? La dignità non è un premio. Non è qualcosa che si conquista. Non è un riconoscimento che si può perdere. La dignità è intrinseca. È originaria. È inviolabile.


Per questo non possiamo chiamare civiltà ciò che consente e amplia i confini dell’eliminazione. Non possiamo chiamare progresso ciò che spegne una vita nel momento in cui è più indifesa. Non possiamo chiamare libertà ciò che lascia sola la donna nel momento più fragile.
La risposta è accogliere, accompagnare, sostenere, curare. La risposta è difendere la vita in ogni momento, senza eccezioni, senza condizioni, senza compromessi.
Perché una civiltà si misura da come guarda i suoi fragili. E oggi, più che mai, siamo chiamati a guardare. A non distogliere lo sguardo.
La risposta non è mai l’aborto: né al primo giorno, né all’ultimo. Una vita è la stessa dal concepimento al nono mese di gravidanza. Non esistono vite “più vita” e vite “meno vita”.








