La prossima frontiera della procreazione assistita si chiama Aura. La notizia viene dagli Stati Uniti e parla del primo laboratorio nel quale molte fasi della fecondazione in vitro saranno affidate a robot e a sistemi di Intelligenza artificiale, riducendo al minimo l’intervento diretto degli operatori sanitari.

Ne danno notizia Ivi Rma Global, il più grande gruppo privato internazionale di medicina della riproduzione, e Conceivable Life Sciences, società biotecnologica statunitense, fondata nel 2021 e specializzata nell’applicazione della robotica e dell’intelligenza artificiale fisica. Debutterà negli USA per poi essere estendersi anche in Europa, America Latina e Medio Oriente.

Dunque, come ci si aspettava, l’Intelligenza artificiale entra nei laboratori di procreazione assistita.

La notizia è stata presentata come una nuova frontiera della medicina riproduttiva: procedure automatizzate, maggiore precisione, riduzione degli errori, migliori probabilità di successo. Tutto tecnicamente vero, probabilmente. Ma l’intelligenza artificiale applicata alla fecondazione in vitro apre interrogativi nuovi all’antico problema di fondo, che precede la tecnologia, e cioè la riduzione della procreazione a un procedimento tecnico e il figlio a un prodotto da ottenere, e non, come dev’essere, a un dono da accogliere.

La fecondazione in vitro, infatti, pone problemi antropologici ed etici decisivi: la “produzione” di un essere umano attraverso la creazione di più embrioni, la loro selezione, crioconservazione e, spesso, la loro perdita o distruzione. Tutto questo contrasta con il principio fondamentale secondo cui ogni vita umana possiede la stessa dignità fin dal concepimento. L’embrione non è materiale biologico da classificare, ma un essere umano fin all’inizio del suo cammino.

Ed è qui che l’Intelligenza artificiale rischia di aggravare una deriva già presente. Finora il laboratorio rimaneva almeno il luogo di un intervento umano. Oggi si annuncia una piattaforma capace di automatizzare gran parte delle procedure e di contribuire alla valutazione eugenetica, e alla successiva selezione secondo criteri arbitrari di convenienza, degli embrioni.

Embryologist in blue gloves using liquid nitrogen for cryopreservation of embryos and eggs in IVF lab, vitrification process in fertility clinic for assisted reproductive technology and pregnancy.
Embryologist in blue gloves using liquid nitrogen for cryopreservation of embryos and eggs in IVF lab, vitrification process in fertility clinic for assisted reproductive technology and pregnancy.
Un laboratorio di fecondazione assistita: un embriologo prepara la crioconservazione di embrioni e ovociti attraverso la tecnica della vitrificazione (Getty Images)

Dove si comincia a parlare di “efficienza”, di “standardizzazione”, di “ottimizzazione” della produzione di embrioni dobbiamo preoccuparci. È il linguaggio tipico dell’industria. Ed è proprio questo linguaggio a denunciare l’ulteriore violazione del mistero della vita umana. Un algoritmo, per sua natura, classifica, confronta, ordina e seleziona. Se gli affidiamo il compito di individuare quali embrioni offrano maggiori probabilità di successo o gli affidiamo le caratteristiche del figlio “à la carte”, stiamo compiendo un ulteriore salto culturale di portata enorme: non è più soltanto l’uomo a selezionare, ma una macchina addestrata a riconoscere quali vite appaiano statisticamente più promettenti.

Qualcuno dirà che il criterio è esclusivamente clinico. Ma ogni selezione della vita umana introduce inevitabilmente una mentalità selettiva. Oggi si valutano le probabilità d’impianto; domani potrebbero essere prese in considerazione altre caratteristiche. La storia della tecnica insegna che ciò che diventa possibile finisce spesso per apparire inevitabile.

C’è poi una domanda ancora più profonda. Chi sarà responsabile di quelle decisioni? Il medico? L’embriologo? La clinica? Il cliente? L’azienda che ha sviluppato il software? Il progettista dell’algoritmo? Quando la responsabilità viene distribuita tra molti soggetti, il rischio è che nessuno si senta più pienamente responsabile della vita affidata alle proprie mani.

L’enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II ricordava che una società si misura dal modo in cui tratta i suoi membri più deboli. Oggi nessuno è più debole dell’embrione umano. Se persino lui diventa il destinatario di processi di ottimizzazione algoritmica, significa che il criterio dell’efficienza ha ormai conquistato anche il luogo da cui ogni uomo proviene. Non è questo il progresso di cui abbiamo bisogno.