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Periodicamente ricompare nei media la notizia che ci annuncia che i grandi dirigenti delle multinazionali delle Big Tech hanno regole educative molto restrittive relativamente all’accesso al mondo digitale per i loro figli. La Silicon Valley è famosa anche perché nel suo territorio sono fiorite scuole basate sul metodo Montessori o scuole Waldorf ispirate alla pedagogia steineriana, dalle quali la tecnologia è bandita e che non prevedono perciò l’integrazione del digitale all’interno dei metodi e degli ambienti di apprendimento. Queste scuole così profondamente analogiche sembrano essere le preferite dalle famiglie i cui genitori sono coinvolti nella progettazione di quella rivoluzione digitale che raccontano al mondo come inevitabile, che ha pervaso gli ambienti scolastici di tutti e cinque i continenti e che sta cambiando il modo di crescere dei minori ad ogni latitudine e longitudine.
Dentro alle scelte educative dei Ceo delle Big Tech che prevengono l’accesso intenso e precoce al digitale per i loro figli sembra esserci una consapevolezza profonda di quanto grande sia l’impatto del mondo virtuale e di quanto a rischio sia la formazione delle competenze emotive, cognitive e socio-relazionali dovuta all’iperconnessione in età evolutiva. Il documentario “The Social dilemma” basato su interviste fatte ai grandi Ceo delle multinazionali del settore Big Tech alcuni anni fa aveva generato, nel momento della sua uscita e diffusione nel mondo intero, un grande dibattito perché gli stessi intervistati rivelavano di sapere che le loro piattaforme venivano artificialmente progettate per generare dipendenza nei propri giovani utenti e per tale motivo avevano deciso che i loro figli non avrebbero ottenuto il permesso e l’accesso a quel mondo che invece pervadeva l’esistenza di bambini e adolescenti su scala globale.
Il dilemma oggi è non solo ancorato ai danni prodotti per la salute in età evolutiva. Ma è anche un dilemma etico: come ha fatto il “mondo globale” del terzo millennio a permettere alle multinazionali del Big Tech - che erano ben consapevoli dell’impatto negativo prodotto sulla loro giovane utenza - di agire indisturbate, diventando una vera e propria zona franca, impossibile da regolamentare da parte dei governi? Perché non sono state obbligate a rispondere alle richieste delle società mediche e scientifiche di tutto il mondo di modificare alcune loro caratteristiche (scrolling infinito, utilizzo di likes e notifiche, introduzione dell’algoritmo) che si sono rivelate così nocive per la salute mentale in età evolutiva?
Ora questi aspetti sono stati portati in Tribunale nel processo svoltosi a Los Angeles e hanno ricevuto da parte di Meta un patteggiamento che obbligherà la società a modificare le caratteristiche delle proprie piattaforme social e a pagare una sanzione di più di 17 miliardi di dollari. Ma questo rappresenta solo il primo passo di un processo di trasformazione radicale e profonda che deve portare il mondo digitale a darsi regole etiche e rispettose della protezione che i minori si devono vedere garantiti dalla loro società di appartenenza. Perché quella protezione, proprio in quanto minori, essi stessi non sanno darsela da soli.
I grandi Ceo delle Big Tech hanno creato un mondo in grado di tutelare i loro figli da quei danni per la crescita da cui i nostri figli, in tutto il mondo, non sono invece stati tutelati. Il loro comportamento sembra essere simile a quello di alcuni “pusher” di alto profilo che hanno indotto nella rete dello spaccio e del consumo di droghe i figli degli altri, proteggendo i propri nelle loro torri d’avorio. Ora questo non deve essere più possibile. È tempo di invertire la rotta.









