Nelle chat come ai giardinetti, quando se ne parla c’è sempre chi si scandalizza, chi non vede nulla di male e chi si inalbera perché “ormai c’è un regolamento anche per fare il genitore”: dire “ti amo” ai figli, così come dar loro baci sulla bocca, è uno di quei temi che periodicamente fanno discutere. Ma è opportuno o meno rivolgersi ai figli con lo stesso linguaggio che si usa con il partner? Lo chiediamo al pedagogista Daniele Novara.


Novara, si può dire “ti amo” ai figli?
«No, personalmente sostengo da sempre la necessità di smetterla di usare termini da fidanzati con i figli. Dopo i tre anni è assurdo, è una violazione dei diritti infantili».
Perché si tratterebbe di violazione dei diritti infantili?

Il pedagogista Daniele Novara

«Perché i figli hanno diritto alla propria autonomia, a non vivere in una simbiosi materna protratta all’infinito. Dai 4 anni in avanti è indispensabile smetterla, come anche farli dormire nel proprio letto: non va fatto. Te quiero, I love you, ti amo sono espressioni pericolose, perché hanno rilevanza semantica da fidanzati».

Quali pericoli vede per la crescita dei figli?
«Si stabilisce un attaccamento eccessivo, vedo il rischio di un equivoco edipico. Quando il bambino gongola nel legame sentimentale edipico con mamma e papà, questo potrebbe preludere a successivi processi di isolamento. Provo a spiegarmi: se la mamma mi vuole come fidanzato, perché devo andare a giocare da altri bambini? Potrebbero – appunto – verificarsi danni sul processo di crescita: i figli non devono finire incastrati in un legame morboso con i genitori, antitetico al bisogno di scoperta sociale e socializzazione».

Tanti genitori non vedono nulla di male nell’usare questo linguaggio amoroso con i propri figli…
«Oggi ci sono tanti genitori “fai da te”, che vorrebbero fare come capita con l’idea che alla fine sempre di amore si tratti! Invece il genitore dovrebbe sentirsi chiamato a fare la cosa giusta, non a fare la cosa che gli piace».
Quali sono, allora, le parole appropriate per esprimere i sentimenti ai figli?
«I genitori possono trovare nomignoli o usare vezzeggiativi e diminutivi. “Cucciola”, “topolino” o altri vanno bene, mentre “tesoro” e "amore” no, sono termini da fidanzati».
Si potrebbe obiettare “non contano le parole quanto i sentimenti”, è così?
«Attenzione, c’è una grande differenze. Il sentimento è la base, la motivazione che porta ad avere figli. L’educazione è tutt’altro: è un fatto organizzativo, ci sono decisioni da prendere e fasi di crescita da seguire. I genitori devono liberarsi dal fai da te. L’obiettivo è offrire un’educazione normale, non perfetta».