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Una coppia vive la fatica del non riuscire ad avere figli. Dalla delusione alla paura di “non essere all’altezza”, i nodi che le coppie infertili si trovano ad affrontare sono molteplici
Il dramma di non avere figli oggi tocca, purtroppo, tante coppie. Quale vissuto si cela dietro questa ferita profonda? Ne parliamo con uno psicologo che conosce da vicino tante vicende di coppie che desiderano un figlio e, non riuscendo a concepire spontaneamente, si accostano alla Procreazione medicalmente assistita (Pma). La prospettiva qui non è quella di un teologo moralista o di un bioeticista, che pure è necessaria, ma di ascolto di una sofferenza profonda e delle fatiche che vivono le coppie infertili. Perché parlarne? Famiglia Cristiana si accosta al tema della Pma omologa (con gameti interni alla coppia) a partire da un dato che non può essere ignorato: in Italia in 15 anni il numero dei bimbi nati attraverso fecondazione in vitro con i gameti della coppia si è quintuplicato. Sul numero della rivista in edicola questa settimana i lettori trovano un’inchiesta che approfondisce gli aspetti medici e i risvolti demografici, etici e teologici delle tecniche riproduttive omologhe mentre di seguito approfondiamo appunto i possibili risvolti psicologici con Stefano Clerici, psicologo clinico IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.


Dottor Clerici, quali emozioni accompagnano quanti si affacciano alla Pma omologa?
« Le emozioni variano a seconda del vissuto e delle aspettative. Dalla delusione alla paura di “non essere all’altezza”, i nodi che le coppie si trovano ad affrontare sono molteplici e condizionati anche dalla tecnica riproduttiva adottata. In generale direi la delusione: una forma di lutto per non essere in grado di fare qualcosa che sembrerebbe naturale, ovvero generare un figlio. A livello sociale non c’è poi consapevolezza del dramma che vivono quanti vorrebbero figli ma non riescono ad averne. Domande come “E voi, figli niente?!”, fanno soffrire profondamente».
Sapere di avere un’infertilità è uno shock?
«Sì, la prima comunicazione può essere un vissuto drammatico. I più sorpresi in assoluto sono gli uomini: le infertilità maschili sono asintomatiche, prive di avvisaglie come - in alcuni casi - possono esserlo cicli irregolari o dolori specifici per le donne».
Come si sentono le coppie quando non riescono a procreare?
«Sole. Pesa molto il paragone con quanti hanno già avuto bambini. Ci si chiede “perché gli altri sì e noi no?”. Spesso si assottigliano anche le amicizie: i coetanei, infatti, sono presi dai piccoli e non è facile parlare del proprio vissuto. Anche con le famiglie di origine non è facile: a volte i genitori non capiscano perché si vada dai medici per avere un bambino e poi chiedono aggiornamenti dopo ogni visita. Risultato, le coppie smettono di parlarne».
Quali sono le fatiche della Pma omologa?
«Direi che ci sono fatiche fisiche ed emotive. Ad esempio, la stimolazione ovarica per la donna è estremamente stressante e prevede frequenti monitoraggi, per i quali la donna deve presentarsi a giorni alterni nei centri specializzati e non sempre è a suo agio nel chiedere permessi a lavoro. Checché se ne dica, in Italia ancora oggi non è facile dire che si sta cercando di avere un figlio».
E dal lato maschile?
«Anche per gli uomini le fatiche non mancano, soprattutto se la causa dell’infertilità è maschile. La situazione peggiore è però l’infertilità idiopatica, ovvero “senza causa”, che fa rimanere nell’incertezza con una domanda inespressa: “Allora un figlio non lo meritiamo?”. Un altro vissuto disperato è quando in giovane età si ha abortito volontariamente: in questi casi il mancato concepimento può apparire una pena del contrappasso».
Durante l’iter gli stati d’animo si modificano?
«Quando si formula la diagnosi e si propone il trattamento ci si espone a un’ulteriore possibile delusione, dal momento che spesso un tentativo non basta. Le coppie riferiscono un vissuto da “collo di bottiglia”: ogni esame porta con sé un ulteriore approfondimento e il percorso sembra sempre più in salita».
Quanto incide, psicologicamente, il fattore tempo?
«Molto. È fonte di preoccupazione perché si vorrebbe “far presto”. Mentre l’Organizzazione mondiale della sanità auspica trattamenti a invasività progressiva, le coppie vorrebbero ricorrere alla “soluzione” più veloce, questo perché quando si arriva ai trattamenti possono essere passati anche tre anni dacché la coppia ha sentito il desiderio di un figlio. E, nel mentre, questo desiderio ha già avuto ferite e delusioni».
La consulenza psicologica è offerta, per legge, da tutti i centri di Pma. Quanto è utile questo tipo di sostegno?
«La psicoterapia funziona quando la coppia ritiene possa essere uno strumento utile. Tutte le coppie che ho seguito sono arrivate, prima o poi, al successo: questo mi fa dire che potersi confrontare con un terapeuta dà maggior serenità. Molti lamentano un aumento di litigiosità e la diminuzione o l’interruzione dei rapporti sessuali che, pur mirati, possono deludere l’aspettativa del concepimento e rinnovare la ferita del “non saper generare”. A non parlarne si rischia di esplodere, quindi sempre meglio confrontarsi. Quando incontro le coppie la portavoce dell’emotività è quasi sempre la donna, mentre fra gli uomini c’è maggiore riluttanza a esprimere il dolore, anche solo per l’idea di dover sostenere la compagna».
L’età media delle donne che si sottopongono alle tecniche a fresco con gameti della coppia è 36,7 anni. Quanto conta, psicologicamente, il fattore tempo?
«Moltissimo, soprattutto quando un tentativo non va a buon fine e la tentazione è proseguire senza sosta, un trattamento dopo l’altro. Dopo ogni tentativo non riuscito dico, invece, alle coppie di fermarsi a pensare, di non concentrarsi solo sull’obiettivo gravidanza. Occorre prendere del tempo per sé, per riflettere e condividere quante energie ci sono a disposizione e quindi decidere come e se proseguire. Purtroppo poi possono anche presentarsi difficoltà durante la gestazione, fino a perdere il bambino. In questi casi il lutto è complicatissimo, amplificato dal tempo del desiderio. Gravidanze di poche settimane possono avere alle spalle anni e anni di attesa in cui il figlio tanto desiderato cresce a livello ideale. A ciò si aggiunge la fatica di dover rimettersi in pista per visite e accertamenti, come in un girone dantesco».
Capitano ripensamenti?
«Sì, alcune coppie tengono il percorso adottivo come ulteriore possibilità. Anche se nemmeno in quel caso si tratta di un percorso certo e immediato».
E quando, finalmente, un figlio nasce?
«La gioia è grande! Ci può essere un aspetto di rimozione del percorso fatto, proprio lasciare dolore e fatiche alle spalle. Tendenzialmente le coppie tengono per sé i dettagli della procreazione, per paura che i piccoli vengano considerati “diversi”».
Che genitori sono i padri e le madri di figli nati da pma?
«Gli studi parlano di genitori iperprotettivi: i figli tanto desiderati sono preziosi, come più delicati. A volte la genitorialità può anche essere più ansiosa, anche perché arrivata in età più matura. Anche su questi aspetti, sempre meglio confrontarsi con gli specialisti».







