Le tv sono sintonizzate sulle Olimpiadi invernali: per una volta, tutti incollati agli schermi non solo quando si tratta del calcio. Competizione adrenalinica, rabbia o mortificazione per la sconfitta, esultanza per la vittoria.

Ma come si impara a reggere la tensione? Come si impara a vincere, a perdere? Beati i giovani che hanno fatto esperienza imparando negli oratori. Sui campetti da calcio, di pallavolo, nei giochi e nelle sciate delle vacanze in montagna.

Gli oratori sono stati palestra per qualsiasi sport: regole precise e comprensione per chi sbaglia, allenamento alla fatica, soprattutto di sopportare gli altri; gestione delle emozioni, dei conflitti, perché sono tutti tuoi compagni, anche gli avversari.

E un’autorità da seguire, che arbitra e corregge al bisogno, che abbraccia e premia. Oggi lo sport è palco di soli campioni: trionfa l’individuo, più che la squadra; l’immagine, dilatata dal gossip, dal peso degli sponsor.

La narrazione degli atleti non contempla la strada per arrivare a gareggiare nelle più importanti competizioni sportive. Invece, come diceva Machado, il cammino si fa andando.

È l’educazione che crea i campioni, ma innanzitutto crea uomini e donne solidi, appassionati, generosi, maturi.

Ora, se tanto cammino si impara nei campetti di oratorio che tornano a essere oggetto d’attenzione come presidio sociale, è incredibile quel che succede a Palermo, parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù.

Palermo, dove gli oratori dovrebbero sbocciare a bizzeffe come i fiori di campo per togliere i ragazzi dalle strade e dalle famiglie colluse. Ebbene, i condomini di un palazzo vicino hanno denunciato la parrocchia per il disturbo provocato dai troppi schiamazzi dei ragazzini.

Un giudice solerte ed evidentemente non benedetto da figli e nipoti ha emesso una sentenza di condanna. Una sentenza che è uno scandalo, nel senso letterale di pietra d’inciampo, perché il risarcimento ammonta a circa 60 mila euro.

Impossibile coprirlo con le offerte dei fedeli in un quartiere certamente non facoltoso, o i ragazzini andrebbero a giocare a calcio in costosi circoli sportivi.

È una piccola vicenda di cronaca, ma emblematica di una mentalità e di un cuore ristretti e aridi: i bambini danno fastidio. Fuori dagli hotel, fuori dai ristoranti, meglio i cani.

Adesso, fuori anche dalle chiese, che com’è noto non agiscono a fini di lucro e vivono per lo slancio generoso di religiosi e laici.

Ed è una vicenda che non fa onore alla nostra giustizia e aumenta la diffidenza: come può un giudice, a Palermo, dedicare il suo lavoro e il suo tempo a una causa tanto misera? La stessa ostinata attenzione la riserva alle gang armate che terrorizzano i quartieri?

Questa storia incredibile va avanti da almeno dieci anni, con vari tentativi falliti di trovare un accordo, studiato ai millesimi perfino stabilendo la marca del pallone accettabile, meno rumoroso, oltre all’obbligo di barriere di gommapiuma, e orari rigidissimi.

Insomma è più radicale eliminare i bambini. Giochino alla play, chiusi in casa.


In collaborazione con Credere

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