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Alla fine di quest’anno, dei 15 milioni di persone ultra 65 enni 2,2 milioni (pari al 14,6%) «necessiteranno di aiuto», con quote che oscillano dal 12% di Valle d’Aosta, Trentino Alto-Adige, Veneto al 19% di Molise, Abruzzo, Basilicata, Sardegna. Sempre nel 2026, il 43,6% – pari a 958 mila persone – riceverà aiuto a pagamento. Si stima quindi che fra 3 anni avremo bisogno di quasi 1 milione e 68 mila badanti, di cui 784 mila (73,4%) con cittadinanza straniera. Analogamente, nel 2029 serviranno 1 milione e 144 mila colf, di cui 742 mila (64,8%) straniere. Sommando le cifre, il fabbisogno familiare di cura e assistenza coperto da colf e badanti arriverà a quota 2 milioni e 211 mila lavoratori, con un incremento nel triennio 2027-2029 di quasi 122 mila persone: solo 7.440 italiani e ben 33 mila stranieri (il 69%), di cui circa 24 mila non comunitari. Sono alcune delle cifre emerse dal paper “Indispensabili ma sottovalutati: il fabbisogno di lavoratori domestici stranieri nell’Italia che invecchia”, commissionato da Assindatcolf (Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico) al Centro studi e ricerche Idos nell’ambito del Rapporto 2026 Family (Net) Work, presentato stamattina a Roma. Si può scaricare il report integrale a questo link.
L’Italia è un Paese sempre più anziano, ha evidenziato il presidente di Idos Luca Di Sciullo, ma a entrare nella terza età sono anche i lavoratori domestici stranieri. Infatti, se «la popolazione italiana è in una fase di invecchiamento strutturale, iniziata dagli anni 2000, e al momento gli ultra 65 enni sono un quarto della popolazione con 2 milioni e mezzo di ultra 85enni (e secondo le previsioni al 2050 gli anziani saranno oltre un terzo)», diventano anziani anche i lavoratori stranieri: per la quota di stranieri che svolge lavori domestici e di cura, il processo di progressivo invecchiamento è molto più accentuato di quello della popolazione generale. Nel 2024 oltre l’11% del lavoro in questo settore era svolto da stranieri over 65 enni, di cui più di «44.600 donne con problemi di salute fisica e psicologica, in quanto la tipologia di occupazione è particolarmente usurante. Infatti oltre il 70% delle donne regolarizzate nel 2002 lavorano ancora: l’ascensore sociale e occupazionale per loro è bloccato», ha osservato Di Sciullo.
A riguardo il report parla di un mercato del lavoro «caratterizzato da scarso ricambio generazionale e da una crescente dipendenza da lavoratori “anziani”, spesso ancora attivi per necessità economiche e per la natura poco tutelata delle carriere nel settore. Molte lavoratrici dovranno lasciare nei prossimi anni l’attività in questo settore, se non per “raggiunti limiti di età”, almeno per “motivi fisici”». E Di Sciullo ha puntualizzato che per loro l’età della pensione arriva con 5 anni di ritardo: «A 70 anni presumibilmente lasceranno la loro occupazione, per la discontinuità e difetti della loro carriera lavorativa» che non consente di avere una continuità retributiva, oltre al problema dell’irregolarità nei contratti. «Sarebbe auspicabile una seria revisione dei meccanismi di ingresso e assunzione, che combatta efficacemente abusi, sfruttamento ed evasione che da decenni affliggono i rapporti di lavoro nel comparto», ha concluso il presidente di Idos.


Alessandro Lupi vice presidente Assindatcolf
(Piermanuele Sberni)Secondo Alessandro Lupi, vicepresidente di Assindatcolf, si rischia «una vera e propria implosione del sistema dell’assistenza familiare, pilastro del welfare pubblico, con famiglie sempre più anziane che non riescono a trovare sul mercato del lavoro una manodopera disponibile, anch’essa sempre più anziana: con il paradosso di avere assistenti familiari chiamate a prendersi cura degli anziani quando esse stesse si avvicinano a una condizione di bisogno assistenziale». Il titolo stesso del paper presentato oggi «contiene una diagnosi politica forte: senza assistenti familiari e collaboratrici domestiche, spesso invisibili e poco tutelati, una parte importante della vita quotidiana del Paese non reggerebbe. Ma sembra che il lavoro svolto dentro le mura domestiche abbia meno dignità di quello in fabbrica, in ufficio, in ospedale». Invece «il lavoro nel comparto di cura è un’infrastruttura sociale importante, silenziosa ma decisiva per anziani, famiglie, donne che lavorano. La cura è stata trattata per troppo tempo come faccenda privata, scaricata sulle famiglie e soprattutto sulle donne. Ormai la famiglia come principale ammortizzatore sociale è un modello che mostra crepe: figli unici che non possono occuparsi di due genitori anziani e malati, donne che lavorano, redditi medi o bassi. Le persone fragili non possono dipendere da figli vicini, disponibilità economica e rete informale».


I relatori, da sinistra la senatrice Susanna Camusso
Anche per Susanna Camusso, senatrice del Partito democratico e vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro, lo sfruttamento e la sicurezza, «il tema delle cronicità e delle non autosufficienze non può essere a carico delle famiglie senza medicina territoriale. Occorre chiedersi come organizzare il sistema sanitario nazionale, è una scelta politica: è importante che gli anziani mantengono la loro autonomia oppure moltiplicare i luoghi di residenza assistenziale?». Poi ha ricordato due casi: «A Bergamo ho incontrato una lavoratrice ghanese. Delegata della sua cooperativa, mi disse: “Io continuo a dire che lavoro in ospedale, se dico che lavoro in un’impresa di pulizie non giudicano positivamente la mia occupazione”. Invece durante una trasmissione televisiva, in cui si discuteva di retribuzioni e contratti, ero ospite con una lavoratrice congolese che affermò: “Noi ci occupiamo delle cose più importanti, della vita e della morte, ma voi ci pagate poco”. Per le donne migranti il maggior disagio nel mondo del lavoro è il non riconoscimento, misurato sui salari ma anche sulla capacità professionale e possibilità di avere degli avanzamenti».






