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Miljan Zivkovic
La famiglia è profondamente cambiata negli ultimi 50 anni. Lo sa bene Camillo Regalia, professore ordinario di Psicologia sociale della Famiglia e direttore del Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia che opera dal 1976. È passata «da struttura e dinamiche tradizionali a forme più variegate, con un'enfasi maggiore sull'aspetto affettivo rispetto all'impegno etico e una tendenza alla sovra-protezione dei figli. Per quanto riguarda i giovani, invece? Desiderano ancora la famiglia, ma ne posticipano la realizzazione a causa di incertezze economiche e la ricerca di realizzazione personale. Il digitale e la mancanza di speranza da parte degli adulti rappresentano sfide significative e quanto mai attuali».


Vediamo più nel dettaglio: quali sono stati i cambiamenti della famiglia in questi 50 anni?
«Si sono moltiplicate le forme familiari: la famiglia tradizionale non è più l'unica tipologia riconosciuta. Sono cambiati gli obiettivi genitoriali: un tempo si puntava a formare "buoni cittadini" che contribuissero alla società; oggi l'obiettivo implicito è proteggere i figli dal mondo, giocando "in difesa", con meno enfasi sul loro contributo sociale futuro. Infine, sono cambiate le dinamiche interne con rapporti intergenerazionali più sereni ma con minor "spinta in avanti" da parte dei giovani a rielaborare il modello vissuto e crearne uno nuovo e proprio».
A livello di coppia?
«Nella relazione di coppia l’idea di matrimonio inteso come "per sempre" non è più scontata; molti giovani sono spaventati dall'impegno a lungo termine. Nell’educazione dei figli, invece, l’equilibrio si è spostato nettamente verso il versante affettivo, mettendo in secondo piano l'impegno, la responsabilità e le regole, complicando così anche le relazioni».
Genitori fragili di figli fragili: sarà perché i genitori di oggi sono una generazione diventata adulta quando tutto entrava in crisi (l’economia, la pace, l’ambiente)?
«Sono genitori più presenti e impegnati rispetto al passato, ma spesso sovra-protettivi. Che faticano a lasciar andare: l'eccesso d'amore porta a trascurare il bisogno dei figli di crescere, differenziarsi e realizzare i propri progetti. I genitori si occupano più dei bisogni materiali che dei loro sogni, faticando a comunicare che la vita familiare è "bella" nonostante le difficoltà».
Forse perché è una generazione di adulti che sta peggio rispetto alla precedente?
«Conta l'incertezza sociale: i genitori di oggi, spesso cresciuti in tempi difficili e con meno certezze economiche e lavorative, faticano a insegnare ai figli a sognare, essendo già impegnati a soddisfare le esigenze quotidiane. Questo genera una… "catena di disperazione": se gli adulti non riescono a mantenere viva la speranza, le nuove generazioni si trovano in maggiore difficoltà. È cruciale che gli adulti diano fiducia ai giovani e credano nelle loro risorse e nella possibilità di farcela nonostante le incertezze».
C’è poi il tema del digitale che ha travolto e pervaso la vita delle famiglie.
«Tanto che le chiamiamo “famiglie ibridate", ovvero quelle dove le relazioni fisiche e quelle mediate dalla tecnologia si integrano in modo irreversibile. Ma la prima difficoltà è proprio degli adulti: i genitori per primi sono dipendenti dai dispositivi e faticano a stabilire regole coerenti per i figli, offrendo loro un modello di uso costante».
Come va gestita la tecnologia in casa?
«Necessità di regole chiare: è fondamentale stabilire modalità di utilizzo adeguate (per esempio, non usare il cellulare a tavola) e aiutare i figli a comprenderne i rischi. Serve avere il coraggio di verificare le relazioni che i figli instaurano tramite il cellulare, che chat e che siti frequentano. Per i minori, l'idea di una privacy assoluta è una "malintesa idea"; i genitori devono avere il coraggio di monitorare l'uso dei dispositivi per proteggerli. Infine, ma non per ultimo, devono promuovere relazioni dirette: ovvero, incentivare attività che non richiedano l'uso del cellulare per vivere esperienze "dal vivo". La collaborazione tra genitori, in questo senso (che è poi la premessa ai Patti digitali, ndr) può facilitare l'applicazione di regole comuni».
E i giovani come guardano al progetto di famiglia?
«Se glielo chiedi la desiderano, ma la posticipano. I giovani desiderano ancora formare una famiglia e avere figli, ma proiettano questo progetto sempre più avanti nel tempo. I motivi? L’ingresso tardivo nel mondo del lavoro, le incertezze economiche, la possibilità di posticipare le scelte, l'orologio sociale-biologico che è cambiato. Anche i giovani in condizioni economiche più favorevoli non mostrano lo stesso desiderio di fare famiglia del passato, privilegiando la realizzazione personale, il lavoro e il mantenimento di "spazi aperti" per la realizzazione di sé».
Da dove si ricomincia allora?
«È essenziale promuovere l'idea di pensare non solo a sé, ma in termini relazionali, scommettendo sul futuro con il partner. Superare l’inganno del tempo che c’è: ovvero, prima raggiungere tutte le tappe della vita adulta (lavoro, stabilità) e poi pensare alla famiglia è seducente ma può essere pericoloso, poiché “poi” si fatica a trovare spazio per altro».
Come si pone il Centro di Ateneo rispetto a obiettivi e prospettive future?
«Con uno studio multidisciplinare della famiglia com’è nella sua costituzione: il centro si occupa di studiare la famiglia da diverse prospettive (psicologica, sociologica, pedagogica, filosofica, economica). Per le aree di ricerca future, di certo c’è il tema delle famiglie e i processi migratori (famiglie che migrano e nuove generazioni di italiani). Delle famiglie e la tecnologia (dalla procreazione assistita, all’uso di smartphone all’impatto dell'intelligenza artificiale sulle relazioni). Infine, ci diamo l’obiettivo di aiutare le nuove generazioni a riprendere uno slancio relazionale e familiare».
Il Centro fa anche formazione e offre sostegno.
«Attraverso "percorsi di arricchimento familiare" per operatori e famiglie, basati su un modello relazionale-simbolico, per sostenere le famiglie nella riflessione sulla propria identità e offrire le risorse per affrontare le sfide quotidiane».
Tra i suoi ambiti di ricerca due mi colpiscono in modo particolare: il perdono e la gratitudine. Due parole chiave per far funzionare le relazioni?
«Certo. La gratitudine ti permette di riconoscere i doni ricevuti nelle relazioni, rafforza i legami e rende più propositivi. Il perdono è la capacità umana di riconoscere i limiti altrui, tollerare il male subito o fatto, e rilanciare una relazione in modo autentico e sincero. Sono le tre parole di papa Francesco, rivoluzionarie nella loro semplicità: chiedere “permesso”, dire “grazie”, e perdonare/perdonami chiedendo “scusa”, un orientamento semplice, ma profondo per le coppie e le relazioni».








