Chiara Pelizzoni, giornalista di Famiglia Cristiana, intervista Adriano Bordignon, presidente del Forum delle Associazioni Familiari, al Salone del Libro di Torino. Al centro della conversazione i grandi temi che attraversano oggi la vita delle famiglie italiane: la fuga dei giovani, la denatalità, il lavoro che non lascia spazio alla cura, le donne penalizzate dalla maternità, gli anziani senza supporto. E la domanda che resta aperta: come si coltiva la speranza quando il contesto sembra remare contro?

Partiamo da ciò che ci offrono i giornali. Alessandro Rosina commenta uno scenario faticoso: per quelli che si formano qui, vanno all’estero e poi decidono di rientrare, usa una parola durissima: non è un atto di coraggio, è un suicidio.

«Quando parla di suicidio, si riferisce non a un suicidio dei giovani, ma a un suicidio del Paese: un Paese che, pur avendo come capitale più grande la propria popolazione giovanile, continua imperterrito su una strada che non cambia prospettiva. È necessario offrirgli l'opportunità di tornare, e al tempo stesso rendere il nostro territorio attrattivo anche per giovani stranieri. C'è un diritto non rispettato: quello della crescita e della "restanza" e il diritto a dare il meglio di sé non solo per se stessi, ma per il Paese».

Una ricerca sulla Generazione Z afferma che i giovani scelgono lo «stipendio emotivo». Cosa ne pensi?

«I più giovani cercano spazi di lavoro più umanizzanti: non qualcosa che esaurisca la loro vita, ma una parte viva che si integri con la crescita personale e con le relazioni fondamentali. I dati ci raccontano però anche che il lavoro è oggi molto più opprimente che nel passato: occupa più spazio, è invasivo anche per colpa del digitale, e spesso i due stipendi non bastano per arrivare a fine mese. Così si rompono le catene della cura: prendersi cura dei più piccoli, dei fragili, degli anziani diventa complicatissimo per le giovani coppie».

In sostanza, la domanda di fondo della Generazione Z è: quanto spazio resta, dentro il lavoro, per continuare a essere umani?

«Il lavoro non è solo uno strumento per la remunerazione: è uno strumento per la realizzazione di sé, per contribuire al bene dell'umanità, per costruire collaborazione e relazioni. Se riusciamo a mettere tutto questo accanto al reddito, allora lavoriamo davvero per quella umanizzazione di cui si parlava».

La famiglia arriva all'attenzione dei media solo quando è un luogo di problemi, povertà o violenza.

«Tutto ciò che riguarda la famiglia tocca ogni aspetto della vita: la famiglia non è un settore dell'economia o del sociale, ma ogni elemento impatta sulla storia delle famiglie. Le famiglie che nella normalità generano bene, cura e solidarietà, non vengono riconosciute. È per questo che in Italia le politiche familiari sono sempre state fatte in chiave assistenziale e mai promozionale e capacitativa. Se guardassimo alla famiglia come a un soggetto pastorale e civile, potremmo investire invece di agire in termini riparatori».

Sinner ci sta raccontando uno stile familiare discreto. Quando si intervistano i grandi campioni, il tema della famiglia è dirompente.

«Ogni bambino e ogni ragazzina è un potenziale straordinario di umanità. Alle Olimpiadi invernali, abbiamo sentito tanti grandi sportivi dire: "Io qui non sarei arrivato senza il supporto della mia famiglia". E non parlano di soldi: parlano di relazioni, di continuità, di forza nei valori. Questo va riconosciuto e raccontato bene. È il nostro capitale semantico: la stratificazione della famiglia da cui veniamo, delle esperienze e degli incontri decisivi, quelli che ci cambiano la vita».

Da sinistra, Chiara Pelizzoni, Adriano Bordignon e don Simone Bruno al Salone del Libro di Torino

I numeri della denatalità sono impressionanti: nel 1994 le famiglie con figli erano il 47%, oggi sono il 29%.

«Oggi molti non parlano più solo di denatalità, ma di "degiovanimento", che mette insieme il calo delle nascite, l'invecchiamento della popolazione e la fuga dei giovani all'estero. Perdere questi giovani è un'attività completamente antieconomica: vuol dire perdere le basi della sostenibilità del presente e del futuro. Questo fenomeno va affrontato non con piccole insalatine o brodini tiepidi, ma con risorse potenti e decise — cosa che non stiamo facendo né come Italia né come Europa. La famiglia può essere una palestra di umanizzazione, uno spazio per costruire la pace sociale nel mondo».

Come si coltiva la speranza — quella che forse manca di più ai nostri giovani?

«La speranza, a mio avviso, ha soprattutto una chiave: è la chiave del noi. Sperare da soli non si fa. Sperare è un verbo che sa di comunità, di relazione, di rete. La speranza nasce quando si ha un desiderio talmente forte da nutrirsi di impegno, fatica e continuità. Le famiglie non devono accontentarsi di vivere nei propri giardini: devono imparare ad abitare oltre i limiti delle proprie case. Dobbiamo aprire le porte, aprire le finestre, incontrare altre famiglie, incontrare la società. Solo così si alimenta la speranza».

In cosa consiste la «Rivoluzione famiglia»?

«Consiste nel cambiare prospettiva, nell'indossare uno sguardo verso il mondo che non veda gli altri come nemici, ma come una grande risorsa. Se le famiglie diventano giardini produttivi, laboratori di umanizzazione, offrono il loro contributo a rivoluzionare un mondo che si sta privando sempre più dell'importanza delle relazioni. La famiglia può offrire uno stile: quello del noi».

Il 79% degli intervistati ritiene che essere genitore oggi sia più difficile che in passato.

«I genitori di oggi non hanno ricette da ripetere e adattare. Se nel passato l'educazione di un ragazzo poteva essere rappresentata da un'arancia, la maggior parte degli spicchi era in mano alla famiglia. Oggi la famiglia ha meno della metà dell'arancia, perché diamo ai nostri figli strumenti che fanno entrare nella loro educazione tanti altri valori e provocazioni. Se diciamo di non usare il telefono e poi scriviamo a tavola, siamo falsi testimoni. Il lavoro sugli adulti è il lavoro più grande».

L'Italia è fuori dalla top 10 dei Paesi per congedo di maternità e le donne sono spesso espulse dal mercato del lavoro al secondo o terzo figlio.

«C'è la punizione della maternità: il primo figlio viene guardato con una certa simpatia, il secondo diventa già un problema, il terzo è drammatico. È un'ingiustizia, ed è anche una scelta di non saggezza del sistema produttivo, perché le donne portano competenze specifiche in termini di soft skills e relazioni. Il mondo maschile deve fare la sua parte: politiche per i congedi e per l'armonizzazione vanno integrate con una pari assunzione di responsabilità da parte degli uomini nella condivisione dei compiti di cura».

Siamo il Paese d'Europa più anziano e il lavoro di cura ricade sulle cosiddette donne «schiacciate».

«Se va in crisi chi si prende cura, ne soffrono il curato, la persona stessa e tutta la rete familiare. È necessario un supporto adeguato e un riconoscimento economico. I dati INPS ci dicono che spesso si lavora in forme grigie o nere, con un'ingiustizia verso i lavoratori e verso le famiglie, spinte all'illegalità. Bisognerebbe trovare una remunerazione adeguata, altrimenti la cura degli anziani non è un diritto ma un privilegio».

Un'ultima riflessione sul desiderio di famiglia dei ragazzi.

«Tra gli 11 e i 19 anni i ragazzi hanno voglia di famiglia. Il problema è che dopo i 19, quando si scontrano con la precarietà, la mancanza di riferimenti e le fatiche della società, quel desiderio non diventa speranza e non si traduce in un figlio. Su questo abbiamo il dovere — come famiglie, come istituzioni, come società — di lavorare insieme».