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«Il digitale non è uno strumento, ma un ambiente: qualcosa in cui siamo e viviamo come l’acqua del mare per i pesci». Se non lo capiamo, afferma don Andrea Ciucci, cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita intervenuto al convegno nazionale della Pastorale familiare Cei a Verona dal titolo Addomesticare il mondo su “Intelligenza artificiale e famiglia” «non capiamo che quel che serve fare è far sì che l’acqua sia buona, pura e pulita».


È quello che il filosofo Luciano Floridi chiama “l’onlife”. «L’AI» prosegue Ciucci «non è uno strumento da usare bene o male e da limitare se si esagera». In questo ci aiuta la distinzione tra reale e virtuale: «i corpi virtuali non sono reali? Certo che sono reali perché fanno parte della realtà, non sono biologici. Se ci ostiniamo a parlare di reale vs virtuale abbiamo sbagliato in partenza: il virtuale fa parte del reale. Certo che è diverso vedersi tramite lo schermo ma è comunque vedersi. Basta pensare a quanto sono state decisive le videochiamate durante la Pandemia. Tuttora mio padre che ha 90 anni ogni mattina che lo videochiami per vedermi».
Oggi tutto quello che costruiamo col virtuale ha una base di silicio, «ma gli scienziati» prosegue Ciucci «stanno cercando di spostare tutta la base sul carbonio che è la base della vita biologica. Pensate a quel punto come sarà l’integrazione tra i due mondi, niente a che vedere con quello che stiamo vedendo adesso».
Alcune sfide che ci pone il virtuale: «Il cellulare ci permette di accedere in maniera diretta, penso ai bambini, a una marea di informazioni saltando le figure classiche della trasmissione. Ecco dove origina il fenomeno degli adolescenti che se hanno un problema lo chiedono a Chatgpt, oggi primo consulente esistenziale. Quando noi avevamo 13-14 anni certo non andavamo a chiedere a mamma e papà, ma magari allo zio saggio, al parroco agli amici. Adesso chiedono a Chatgpt, si chiama “disintermediazione” che non è detto che sia un fenomeno del tutto negativo».
Certo, però è innegabile che oggi gli smartphone e i tablet «rendono abitare questo tempo più faticoso e complicato rispetto ad altre stagioni. Ed era più facile fare mamme e papà 50 anni fa. Per cui scaturiscono rischi e tentazioni: il mondo è così complicato che vale la pena ritrarsi, rimettersi ofline ovvero rinunciare alla relazione. Dirsi che era meglio prima. Ma il Vangelo» provoca Ciucci «ci sta chiedendo questo? Se l’esperienza familiare, come diceva il cardinale Angelo Scola, è mettere insieme differenze di genere e di generazioni. Chiudere è la scelta di chi rinuncia alla relazione. Imparare a stare vuol dire passare dall’autorità all’autorevolezza».
L’altra grande sfida è «custodire l’originalità nonostante la profilazone (quella per cui se guardi una sera un gattino poi riceverai per giorni solo gattini…). La tentazione è il controllo. Fate un’analisi delle App per Famiglie disponibili su Android e Apple. Le prime sono per condividere le cose di famiglia; le altre per controllare: la posizione dei figli, dove sono, quante ore si sono connessi. Il controllo è diventato un’ossessione, ma il controllo – come diceva papa Francesco in Amoris Laetitia - non è educativo».
Se un genitore è ossessionato «cercherà solo di dominare il suo spazio, ma non educherà i figli ad affrontare le sfide, a maturare la propria libertà».
L’Intelligenza artificiale che nasce dentro a un ambiente che ha l’attitudine al controllo «lo rende facile, ma non è utile. La sovrabbondanza di tutto, «nozioni, idee di qualsiasi cosa, risposte su tutto a portata di mano genera un consumo e scelte facili, genera sovrabbondanza. Un chatbot è un supermercato che ha tutto inducendoci al consumo e scelte facili che alla lunga creano insoddisfazione».
Poi c’è il fronte delle App per incontro, anche cattoliche. «Le coppie oggi che si sono conosciute online superano il 60%. Una incredibile costruzione di relazioni attraverso sistemi sociali che profilano e ci mettono insieme. Ma attenzione: noi siamo la seconda generazione che si sposa per amore. Negli anni 20 e 30 del Novecento erano le famiglie che sceglievano i partner. In metà del mondo anche cristiano tuttora tu non ti sposi per amore. In India le parrocchie mettono insieme i curriculum. Noi pensiamo che ci sposi per amore ma è un’eccezione storica e geografica. Dove trovo allora l‘anima gemella? Chi me la fa conoscere? L’onlife ha allargato l’ambiente dove posso trovare una persona (dall’avventura di una notte, alla storia d’amore per sempre, a chi cerca una persona che creda a quello in cui credi tu). C’è il rischio, certo, del consumo: ti appare la foto di uno e tu col pollice dici “sì e no” e in un minuto vedi 45 fotografie. Questo è il gioco, ma in realtà siamo davanti a una realtà più ricca e meno sporca di quello che si pensa. Capisco allora che qui la sfida del consumismo delle relazioni diventa significativa».
Poi c’è Iurina e un’altra donna che come lei si sono sposate con Chatgpt. «Cos’hanno detto queste donne che hanno fatto questa scelta? Cito testualmente: “lui mi ascolta sempre”. “Lui mi dice cose che mio marito non mi ha mai detto”. “Lui mi ha fatto raggiungere l’orgasmo”. La questione non è banale, ci insegna che l’intelligenza artificiale è demoniaca? No ci dice che queste donne sono terribilmente sole. Ecco allora cosa deve fare la Chiesa: offrire spazi di fraternità: semplici, reali e di persona. Di questo dobbiamo occuparci».
La cosa nuova? «È che siamo passati da 100 anni fa in cui il marito te lo trovava la famiglia, a oggi che il marito me lo faccio come voglio io (nome, colore dei capelli, voce). Tendenzialmente accondiscendente, mai troppo oppositivo perché queste chatbot sono programmate così. Sono la negazione della relazione, perché la relazione implica la diversità. Il punto è che la scelta di sposarsi per amore è difficile e obiettivamente più fragile. E questa generazione - davanti alla crisi - non è più fragile ha solo più scelte».
Poi, c’è il tema devastante della pornografia. «PornHub è il più grande sito di pornografia e ogni anno presenta un report di chi sono i visitatori (questione esplosiva nell’online). Cosa dicono i dati?» prosegue Ciucci. «L’Italia è l’ottavo consumatore al mondo. Ma la cosa più interessante è l’età, perché noi associamo correttamente la preoccupazione della pornografia ai ragazzi e ai più piccoli. Ma il 45% dei consumatori ha tra i 25 e i 44 anni, l’età media dei padri di famiglia e delle madri di famiglia che stanno guadagnando terreno. Non è un tema solo per bambini e ragazzi, ma è per tutti. Su questo tema, a cui digitale e smartphone hanno contribuito una diffusione smisurata, la questione non è solo di ordine morale. Non possiamo limitarci a dire “non si fa, fa schifo”. Questa follia di pornografia pone un tema relazionale e di iniziazione affettiva. Perché a un ragazzino che vede la relazione uomo donna in un film porno gli viene naturale fare quello che ha visto».
Cosa diventa decisivo allora? «Il corpo. Gli adolescenti in Italia fanno meno sesso. Solo il 20% dei quindicenni è sessualmente attivo. Perché? Per i porno e per il sexting, ovvero la sessualità senza corpo. Hanno paura del corpo e dei corpi, perché il corpo è impegnativo. Porno e sexting sono più facili. Si sono persi il tatto e l’abbraccio, nell’era del digitale il senso che vince è la vista. Negli anni 60 nei seminari milanesi si diceva: non toccare, non toccarsi, non farsi toccare. Oggi bisogna incoraggiare i ragazzi a toccare i corpi biologici. Questo è il problema della chiesa nel tempo dell’AI. Come? Ripartendo dalla storia di ognuno, dalla sua biografia, da cosa ha visto».
Tutto questo ci impone una questione complicata nelle nostre comunità: «Siamo sicuri che la narrazione dell’uomo e della donna, dell’intimità che offriamo nelle nostre comunità sia adeguata alle esperienze che fanno i nostri ragazzi? Io penso che talvolta diciamo cose che hanno la stessa forza del “i bambini nascono sotto il cavolfiore”. Nel documento della Commissione teologica internazionale Quo vadis, humanitas? si dice che serve una rinnovata antropologia della comprensione umana. Fino a oggi eravamo abituati a dire la stessa cosa, adesso ci è chiesto qualcosa di più profondo. Di interpretare il loro e il nostro vissuto».
E sul fronte degli smartphone e dei nostri ragazzini, come la tecnologia sta ridisegnando le relazioni? «Nelle report di ore di consumo degli smartphone è evidente che a utilizzarli sono soprattutto gli adulti. La pervasività, l’efficacia e la forza di questo strumento ci sono sfuggiti di mano ed è questa la sfida delle relazioni in famiglia. Gestire l’oggetto attraverso cui si parla più potentemente».
In tal senso vengono in soccorso gli esperti, da Matteo Lancini ad Alberto Pellai: «qualche paletto dobbiamo metterlo: in tutti i cortili c’è un cartello con scritto “vietato giocare a pallone”. Come ci insegnano anche gli psicoterapeuti cosa fa un ragazzino che non può giocare a pallone, non può giocare con un fratello che non ha, non può camminare su strade sicure? Si mette sul divano con lo smartphone in mano. Ecco allora che il vero paletto da mettere è su quale proposta educativa e relazionale andiamo a proporre. Lasciamoli giocare a pallone, perché la dopamina che produce il cellulare è pazzesca». Ecco allora che ci vengono in soccorso due strumenti: uno francese, il percorso 3-6-9-12 (perché il problema non è dire di no, ma cosa proporgli. E i Patti digitali, perché una famiglia da sola non regge».
Infine, ci sono i nonni: «che amano farsi istruire dai nipoti sulle tecnologie pur di e per averli accanto. Siamo in un tempo unico, tra 30 anni non ci saranno più questi nonni nati in altri contesti. Questo passaggio è da custodire, un mix non si ripeterà nelle relazioni familiari. Cosa ci sta a fare allora la Chiesa al tempo dell’AI? A ragionare sul futuro: a dirci come possiamo essere donne e uomini in questo ambiente digitale. Su questo verremo giudicati. Su quale futuro stiamo offrendo a queste giovani generazioni».
*La bibliografia:
Digital age, di Paolo Benanti ed. San Paolo
Intelligenza artificiale e sapienza del cuore, di Vincenzo Corrado e Stefano Pasta ed. Scolè
Scusi ma perché lei è qui?, di Andrea Ciucci ed. Terre di mezzo
Cisf Family Report 2025: "Il fragile domani", ed San Paolo











