«Non parlerei di un aumento assoluto dei disturbi. In molti casi stiamo imparando a riconoscerli meglio e c’è maggiore attenzione sia da parte dei genitori che degli insegnanti nei confronti dei segni di rischio».

Elisa Fazzi, presidente SINPIA

Elisa Fazzi, presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Sinpia), commenta così l’apparente crescita dei casi di DSA e ADHD.
I numeri aumentano perché crescono gli approfondimenti clinici?
«Oggi sono migliorati gli strumenti diagnostici e c’è, appunto, maggiore attenzione anche nei confronti di manifestazioni che in passato potevano passare inosservate. Naturalmente dobbiamo evitare gli estremi della sottodiagnosi, che lascia bambini e famiglie senza risposte e, dall’altra, il rischio di attribuire troppo rapidamente un’etichetta diagnostica a una normale difficoltà evolutiva. La diagnosi deve essere il risultato di una valutazione clinica approfondita e deve essere riservata a disturbi che hanno una ricaduta significativa nella vita di tutti i giorni».
DSA e ADHD, facciamo chiarezza: quali sono i disturbi dell’apprendimento e quali i disturbi del neurosviluppo?
«I Disturbi Specifici dell’Apprendimento, i cosiddetti DSA, comprendono dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia e riguardano specifiche abilità scolastiche: leggere, scrivere e fare calcoli. Sono disturbi del neurosviluppo e non hanno nulla a che vedere con l’intelligenza o con la mancanza di impegno. Un bambino con dislessia, per esempio, ha per definizione capacità cognitive del tutto adeguate, ma incontra una difficoltà specifica nella capacità di leggere valutata in base alla velocità ed alla accuratezza nella lettura».
E l’ADHD?
«Non è un disturbo dell’apprendimento, ma è sempre un disturbo del neurosviluppo che si manifesta con deficit di attenzione e/o iperattività. È una condizione diversa dai DSA, anche se può associarsi a difficoltà di apprendimento e, in alcuni casi, alla presenza di uno o più DSA e si manifesta come i DSA in età scolare».
Quali sono i disturbi più diffusi?
«I DSA sono tra i disturbi del neurosviluppo più frequenti in età evolutiva. In Italia riguardano una quota significativa della popolazione scolastica (5% della popolazione scolastica) e le diagnosi sono aumentate negli ultimi anni. Tra i DSA, la dislessia è il disturbo più frequentemente diagnosticato, ma è piuttosto comune anche la presenza di più disturbi nello stesso bambino. Anche l’ADHD è una condizione frequente., stime parlano dal 3,5 al 5% sempre in età scolare. Le stime epidemiologiche sono variabili, perché dipendono dai criteri diagnostici utilizzati e dalle modalità con cui vengono identificati i casi e dalla diversa diffusione dei servizi nel Paese».
Quante persone in Italia presentano ADHD?
«Su questo punto dobbiamo essere prudenti: non disponiamo di dati omogenei che permettano di contare con precisione tutte le persone con ADHD in Italia. Le stime epidemiologiche disponibili sono diverse a seconda dei criteri utilizzati. Quello che sappiamo è che l’ADHD riguarda una quota non trascurabile di bambini e adolescenti e che, accanto alle persone che hanno ricevuto una diagnosi, esiste probabilmente una parte di popolazione ancora non riconosciuta. È quindi importante non fermarsi al numero delle diagnosi: dobbiamo garantire che i bambini e i ragazzi che presentano difficoltà significative possano arrivare tempestivamente a chiedere aiuto ed ad accedere ad una valutazione specialistica».
Una volta alcune manifestazioni dei disturbi potevano passare inosservate…
«È così. Penso, per esempio, ai bambini con una forma di ADHD caratterizzata prevalentemente da disattenzione, che possono essere meno facilmente riconosciuti perché non presentano comportamenti particolarmente vivaci o disturbanti. Naturalmente dobbiamo evitare entrambi gli estremi: da una parte la sottodiagnosi, che lascia bambini e famiglie senza risposte; dall’altra il rischio di attribuire troppo rapidamente un’etichetta diagnostica a una normale difficoltà evolutiva. La diagnosi deve essere sempre il risultato di una valutazione clinica approfondita e deve essere riservata a disturbi che hanno una ricaduta significativa nella vita di tutti i giorni».
Qual è l’impatto dei disturbi dell’apprendimento sulla vita quotidiana?
«Può essere molto significativo e non riguarda soltanto il rendimento scolastico. Pensiamo a un bambino che impiega molto più tempo dei compagni per leggere una pagina, scrivere un testo o risolvere un problema di matematica. Se questa fatica viene interpretata come pigrizia, disattenzione o mancanza di volontà, il bambino può arrivare a sentirsi incapace. Nel tempo possono comparire frustrazione, perdita di autostima, demotivazione, difficoltà nelle relazioni e, in alcuni casi, sofferenza emotiva come depressione o disturbo oppositivo provocatorio. Il rischio maggiore è che una difficoltà specifica diventi, agli occhi del bambino e degli adulti che lo circondano, un giudizio sulla sua persona».
Quali sono i segnali da non sottovalutare?
«Non esiste un singolo comportamento che permetta di riconoscere un disturbo. Bisogna osservare soprattutto la persistenza della difficoltà e quanto questa interferisca con la vita quotidiana. Nel caso dei DSA, possono essere segnali da approfondire una lettura molto lenta e faticosa, numerosi errori nella lettura o nella scrittura, difficoltà persistenti nell’acquisizione delle tabelline o delle procedure di calcolo, difficoltà nell’apprendimento di lingue straniere come l’inglese. Nel caso dell’ADHD possiamo osservare invece difficoltà persistenti nel mantenere l’attenzione, nell’organizzarsi, nel portare a termine le attività, nel controllare l’impulsività o nel gestire le richieste della vita quotidiana, cosi come l’irrequietezza motoria: sono i bambini che non stanno mai fermi, che disturbano in classe, non stanno seduti, si muovono come “un motorino”. È importante però non fare diagnosi sulla base di un singolo comportamento. Il campanello d’allarme è una difficoltà che persiste nel tempo, si manifesta in più situazioni e limita il funzionamento e il benessere del bambino in differenti contesti , sia a casa che a scuola».
A quanti anni, in media, arriva la diagnosi?
«Non esiste un’età unica, perché dipende dal disturbo e dalla storia del singolo bambino. Per i DSA alcuni segnali di fragilità possono essere individuati già nei primi anni della scuola primaria e possono giovarsi di interventi di potenziamento scolastico. È però necessario rispettare i tempi dello sviluppo delle competenze e distinguere una difficoltà transitoria da un disturbo persistente la cui diagnosi definitiva viene di solito formulata dopo la fine del primo ciclo scolastico. Per l’ADHD, invece, i primi segnali possono comparire anche prima dell’ingresso nella scuola primaria, mentre la diagnosi viene spesso formulata durante gli anni della scuola. Ma più che chiederci soltanto “a che età arriva la diagnosi?”, dovremmo chiederci quanto tempo passa tra la comparsa dei primi segnali e l’accesso a una valutazione competente e quindi ad un intervento/trattamento. È su questo intervallo che dobbiamo lavorare: riconoscere precocemente le difficoltà significa poter intervenire prima che si consolidino le conseguenze negative».
Solitamente quali sono i possibili benefici di un progetto terapeutico?
«Il primo beneficio è aiutare il bambino e la famiglia a capire che cosa sta succedendo. Dare un nome a una difficoltà non significa etichettare un bambino, ma permettere di costruire intorno a lui un progetto adeguato. A seconda delle necessità, il percorso può prevedere interventi riabilitativi, o di compenso, strategie educative e didattiche, supporto psicologico e interventi rivolti al bambino, alla famiglia e alla scuola. Nel caso dell’ADHD, quando indicato, può essere preso in considerazione anche il trattamento farmacologico. L’obiettivo non è soltanto migliorare il rendimento scolastico. L’obiettivo è permettere al bambino di sviluppare le proprie competenze, diventare più autonomo, stare meglio e recuperare fiducia nelle proprie capacità».
Quale consiglio darebbe ai genitori?
«Direi ai genitori di non sottovalutare le difficoltà, ma neppure di avere paura della diagnosi. Quando un bambino fa molta fatica, prima di dirgli “non ti impegni abbastanza”, dovremmo chiederci: “Che cosa gli sta rendendo così difficile questa cosa?” È importante ascoltarlo, confrontarsi con gli insegnanti e con il pediatra di famiglia e, quando necessario, rivolgersi ai servizi specialistici di neuropsichiatria infantile. E soprattutto dobbiamo ricordare che una diagnosi non definisce un bambino. Un bambino non è la dislessia, non è l’ADHD, non è la sua difficoltà nel calcolo. È molto di più. Il nostro compito, come adulti, è creare le condizioni perché possa riconoscere le proprie capacità, svilupparle e sentirsi competente. Una buona presa in carico non serve soltanto a curare un disturbo: serve ad aiutare un bambino a costruire con fiducia il proprio percorso di crescita».