PHOTO
Alessandro Manzoni
Le indicazioni nazionali per i licei 2026 pubblicate in bozza il 23 aprile dal ministero dell’istruzione che saranno sottoposte a Consiglio superiore della pubblica istruzione Cspi e ad altri organi di controllo prima della firma definitiva del ministro e dell’adozione, presumibilmente, settembre 2027, spostano una pietra miliare che stava lì dal 1870: la lettura integrale dei Promessi sposi dal secondo l’anno dei licei (l’indicazione porta a spostarlo al quarto, nel contesto della letteratura dell’Ottocento, lasciando una discrezionalità all’insegnante tra lettura integrale o per ampi stralci).
Per stessa ammissione delle indicazioni nazionali, a guidare la scelta è stata la presa d’atto che entrato nella scuola con l’unità d’Italia trent’anni dopo l’edizione definitiva del 1840 (Alessandro Manzoni era l’unico autore vivente in programma) il capolavoro manzoniano ha perduto in un secolo e mezzo lo status di «classico contemporaneo».
Se lo si prende dal punto di vista linguistico c’è senz’altro del vero, il tempo trascorso lo ha spostato tra i classici tout court, la sua prosa è senz’altro più impervia a un quindicenne del 2026 di quanto non fosse ai suoi coetanei di qualche decennio fa (cambiata l’utenza della scuola, cambiato il mondo, cambiate le abitudini di lettura, cambiata la concorrenza di altri passatempi, cambiata la scansione dell’obbligo scolastico, il biennio liceale che un tempo è stato élite – con tutte le questioni sociali annesse - è obbligo scolastico).
Come dimenticare il racconto tragicomico, nel corso di una chiacchierata di aggiornamento per insegnanti di lettere, del prof di liceo psico-pedagogico che riferiva del «cordone sanitario», diventato nella verifica un «cappone sanitario»?
Per dire che il tema linguistico c’è, eccome. Eppure, guardandoli da una prospettiva diversa, i Promessi sposi restano il più contemporaneo dei nostri classici, quello che per dirla con Italo Calvino non ha ancora finito di dire quello che ha da dire, perché ci parla di noi come siamo ancora, tra le righe, a volerlo vedere. A patto di non relegarlo al tavolo settorio, su cui a lungo è finita la letteratura a scuola talora per necessità talaltra per abitudine, per lasciarsi portare dalla storia narrata (certo non mancando di contestualizzarla nel suo tempo anzi nei suoi due tempi – l’Ottocento di Manzoni e il Seicento di Renzo e Lucia –) magari cambiando all’occorrenza gli occhiali attraverso i quali la si legge, occhiali che per altro non mancano affatto agli sforzi di tanti insegnanti.
Una stupefacente attualità
Quando Renzo, reduce dalle maglie della giustizia in cui è incappato per dabbenaggine, in fuga verso l’Adda siede in un angolo dell’osteria e ascolta la propria storia distorta nel racconto del mercante in arrivo da Milano, in cui la lettera che davvero portava dal padre Cristoforo per padre Bonaventura diventa «un fascio di lettere» presunta prova delle sue colpe e il suo ruolo quello di «uno che non si sa bene ancora da che parte fosse venuto, da chi fosse mandato, né che razza d'uomo si fosse; ma certo era uno de' capi». Che altro è questa storia con un fondo di vero e tanto ricamo sensazionalistico se non una fake news che prende forma in diretta davanti agli occhi di Renzo? Solo, poco tempo fa non ci sarebbe venuto in mente di chiamarla così, ma il meccanismo è quello e i guasti gli stessi, soltanto moltiplicati dalla pervasività dei mezzi.
E quante “gride manzoniane” vediamo sorgere quasi quotidianamente nell’ipertrofia panpenalistica dei millanta decreti che minacciano pene draconiane nella vana promessa di una sicurezza che non riescono mantenere? E intanto rischiano, a fatti non a parole, di divaricare la giustizia, vagheggiandola più severa con i deboli e più indulgente con i forti seduti insieme alla tavola di don Rodrigo, consorteria che disegna plasticamente tante tentazioni comuni al potere moderno.
E quando, sentendo di ragazze sfuggite a tentativi di matrimonio forzato spesso sventati a partire proprio dagli occhi aperti della nostra scuola, ci domandiamo ingenuamente “perché non si ribellano?”, dimentichiamo che la risposta a quella domanda mal posta sta già tutta nel racconto della sottile macchina di pressione psicologica che condiziona la monacazione forzata della giovanissima Getrude, passata alla storia come la monaca di Monza. Per non dire dell’irruenza di Lodovico (futuro padre Cristoforo) così simile a quella che inguaia i ragazzi di oggi con il coltello in tasca.
Quando invece si tratta di capire come i populismi solleticano la pancia degli elettori, condizionandone, senza parere, il pensiero e il consenso, il percorso dei pensieri di Renzo a Milano dall’ingresso in città alla casa del Ferrer soccorre eccome. Mentre, intanto, l’ascesa al castello dell’innominato fin dalle vedette disegna con un’efficacia senza pari un meccanismo di “controllo del territorio” in cui riconosciamo dinamiche da contesti mafiosi, che oggi lo sappiamo bene non essere appannaggio delle regioni del sud.
E padre Cristoforo, il Cardinal Federigo e don Abbondio non sono forse tre incarnazioni di Chiesa che tuttora vivono, nel bene e nel male, in tante figure della Chiesa contemporanea?
Una scuola di senso critico
I promessi sposi non sono un romanzo dell’Ottocento, sono un esempio mirabile del guazzabuglio del cuore umano, e ancor più del cuore italiano, hanno una giovinezza passata ma non trascorsa come quella della madre di Cecilia: contengono una storia limpida in cui si vedono tutte le sfaccettature della protervia del potere che tante volte agisce per strade subdole senza che chi la subisce se n’avveda, facendo del capolavoro manzoniano una scuola di senso critico, tema evocato dalle stesse indicazioni nazionali come centrale nella scuola contemporanea.
Non è necessario che ci si stracci le vesti se I promessi sposi passano dal secondo al quarto anno, non sarebbe un dramma, a patto che non ne escano ridimensionati, relegati agli stralci, travolti dalla corsa dei programmi. Perché non dimentichiamo che il quarto anno è quello in cui la testa già vola ai test d’ingresso all’università e potrebbe non esserci più il tempo di soffermarsi e lasciar sedimentare una lettura integrale che serve alla vita più che ai test e agli esami. Magari non da sola, ma rinforzata da una rilettura, per puro piacere, negli anni della maturità (non i 19 della maturità scolastica ma gli -anta della maturità anagrafica) sulle spalle.






