«Presenterò una proposta in questo senso in un prossimo decreto legge», annuncia in un’intervista il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. «Credo fermamente che la scuola costituzionale, che mette alla pari tutti i ragazzi, non possa più distinguere tra il liceo e l’istituto. Saranno tutti chiamati “licei”, non perché si faccia lo stesso tipo di insegnamento, ma perché hanno tutti pari dignità».

È solo un’intervista a Skuola.net, sito seguitissimo dai ragazzi, ma già fa tremare i polsi. Resta pur sempre un’intervista, e i tempi legislativi, anche quando si passa attraverso un decreto, saranno ben più lunghi di quelli delle dichiarazioni del ministro. È comunque bello sentirlo ribadire di credere fermamente nel dettato costituzionale e nell’idea di una scuola libera e aperta a tutti, in una parola democratica.

Mi chiedo, tuttavia, quale sia la vera sostanza, o la vera ragione, di questo cambiamento. Il nostro sistema di istruzione prevede la scuola primaria, la secondaria di primo grado e la secondaria di secondo grado, con tutte le sue articolazioni. Da più di vent’anni si discute di come cambiare la scuola secondaria, senza però scontentare nessuno: famiglie, sindacati, docenti e tutto lo status quo, insieme alla retorica gentiliana che ancora la accompagna.

Studenti entrano in classe al liceo classico Massimo D'Azeglio di Torino.
Studenti entrano in classe al liceo classico Massimo D'Azeglio di Torino.
Studenti entrano in classe al liceo classico Massimo D'Azeglio di Torino. (ANSA)

Personalmente, credo che, se le affermazioni del ministro andassero nella direzione di un cambiamento sostanziale di paradigma, mi troverebbero perfettamente d’accordo.

Vedo, ad esempio, come possibile modello quello francese, dove la secondaria superiore non si presenta semplicemente attraverso l’etichetta «liceo», «tecnico» o «professionale», ma prevede una struttura articolata e una specializzazione progressiva, dopo una formazione comune più ampia. Non si tratta, dunque, di fare tutti la stessa scuola, ma di arrivare alla scelta del percorso con tempi e modalità diversi dai nostri.

Sarebbe rispettata, da una parte, la parità di dignità invocata dal ministro e, dall’altra, si darebbe forse agli studenti più tempo per compiere una scelta consapevole rispetto a quanto avviene oggi.

Perché, diciamolo, molto spesso a scegliere sono ancora le famiglie, sulla base del proprio vissuto, della propria cultura, della classe sociale di appartenenza, del prestigio attribuito a un determinato percorso e, non ultimo, delle possibilità che si immaginano per il futuro.

Non è detto, naturalmente, che spostare più avanti la scelta elimini del tutto queste differenze. Ma uno studente più grande e consapevole potrebbe forse avere maggiori possibilità di scegliere in autonomia.

Nella mia esperienza vedo gli enormi cambiamenti che attraversano i ragazzi proprio nel primo biennio della scuola superiore. Cambiano interessi, aspettative, capacità, persino il modo di guardare a se stessi. E molti, quando si accorgono di aver sbagliato strada, cambiano indirizzo con difficoltà; altri proseguono con tristezza, altri ancora si perdono.

Se, dunque, la riforma annunciata mirasse davvero a evitare questi passaggi a vuoto e queste incertezze, e avesse come obiettivo il benessere, la crescita e una maggiore consapevolezza dello studente, allora sarebbe una discussione che varrebbe la pena affrontare.

Perché, alla fine, chiamare «liceo», «istituto» o in un altro modo la scuola superiore sarebbe davvero l’ultimo dei problemi. L’importante, come sempre, è la sostanza.