La proposta del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di chiamare «licei» tutti i percorsi della scuola superiore non convince Marco Erba, professore e scrittore. Ma la sua contrarietà parte da una premessa precisa: secondo Erba, il cambio di denominazione rischia di spostare l’attenzione dal problema vero, che è culturale prima ancora che scolastico. Non basta cambiare i nomi: occorre superare l’idea, ancora radicata, che esistano scuole di serie A e scuole di serie B.

Professor Erba, è favorevole o contrario alla proposta di chiamare tutte le scuole superiori «licei»?

«A dire il vero, mi sembra una questione abbastanza irrilevante. Non sono favorevole né contrario: se però vogliamo forzare la mia posizione, possiamo darle un taglio più critico. Perché il punto, assolutamente, non è questo. Si tratta di una questione di forma, non di sostanza. Il tema vero è far capire agli studenti, alle loro famiglie e anche a noi docenti, fin dai momenti dell’orientamento, che non esistono scuole di serie A e scuole di serie B. Il nome non è la cosa importante».
 

Da dove nasce, allora, questa gerarchia tra i diversi percorsi?

«Nella mente di molti c’è ancora una vecchia gerarchia, figlia della riforma Gentile, che ormai è parecchio datata. Secondo questa visione, il liceo classico sarebbe la serie A+, il liceo scientifico la serie A e, scendendo, gli altri licei occuperebbero posizioni via via inferiori, fino ad arrivare alla formazione professionale, considerata quasi una serie B. È un’idea che non condivido affatto. Gli studi e le ricerche ci hanno mostrato che le intelligenze sono molteplici e che l’intelligenza logico-matematica non è superiore alle altre. Esiste un’intelligenza musicale, per esempio, così come esistono capacità relazionali ed empatiche. Una persona che prende nove in fisica non è per questo più intelligente di una persona molto empatica: semplicemente, hanno capacità e intelligenze diverse».

L'ingresso del Liceo ginnasio Paolo Sarpi di Bergamo.
L'ingresso del Liceo ginnasio Paolo Sarpi di Bergamo.
L'ingresso del Liceo ginnasio Paolo Sarpi di Bergamo. (Getty Images)

Che cosa dovrebbe cambiare nel modo in cui orientiamo i ragazzi?

«Dovremmo far capire che le intelligenze sono diverse. Mi viene in mente una squadra di calcio: i ruoli sono differenti. Una persona può essere fortissima in difesa e meno adatta a stare in porta o in attacco. Questo non significa che abbia meno valore: significa che ha attitudini diverse. Lo stesso vale per la scuola. Il punto vero è far capire che non esistono scuole di serie A e scuole di serie B, ma percorsi più o meno adatti alle attitudini di ciascuno. Per questo chiamare tutte le scuole «licei» è, a mio avviso, irrilevante».

Quindi quale sarebbe il percorso da intraprendere?

«È un percorso molto più profondo e culturale. È un lavoro che molti di noi cercano di fare ogni anno, soprattutto nei momenti dell’orientamento. Perché alla base c’è una visione più ampia della società. Non esistono i numeri uno e gli scarsi. Esistono persone diverse, ciascuna con il proprio lavoro e le proprie capacità, che insieme contribuiscono alla realtà, proprio come in una squadra. È questo, secondo me, il punto. E per questo penso che i problemi della scuola siano altri».