Vincenzo Schettini, professore di fisica pugliese e volto del progetto La Fisica che ci piace, uno dei divulgatori scientifici più popolari d’Italia, ha conquistato centinaia di migliaia di follower, portando il format anche in televisione su Rai 2 e in libreria.

Negli ultimi mesi, però, è finito al centro della polemica. Le discussioni sono esplose dopo alcune dichiarazioni rilasciate al podcast BSMT di Gianluca Gazzoli, in cui Schettini rifletteva sul futuro della scuola, ipotizzando una didattica ibrida tra aula e contenuti online e la possibilità che parte del lavoro degli insegnanti potesse essere valorizzato anche economicamente fuori dall’orario scolastico. Parole che per alcuni hanno suonato come un tentativo di “monetizzare” l’istruzione pubblica.

Il caso è esploso definitivamente dopo testimonianze anonime di ex studenti, secondo cui il professore avrebbe collegato l’attività sui social – like, commenti o partecipazione alle sue live – a possibili vantaggi nei voti. A far discutere sono state frasi come: «Costringevo i miei studenti a connettersi» o «I primi quattro prendono un voto in più», estrapolate da video e interviste.

Accuse respinte dal diretto interessato durante un’intervista al programma Le Iene, dove ha parlato di espressioni usate in modo ironico e di semplici “incentivi didattici”, negando qualsiasi pressione o irregolarità formale. Nessuna denuncia ufficiale, ha sottolineato, sarebbe mai stata presentata. Nel pieno della polemica Schettini ha poi rimosso centinaia di video dal suo canale YouTube, spiegando di aver scelto autonomamente di togliere alcuni contenuti registrati in classe. Intanto il dibattito si è allargato al suo invito al Festival di Sanremo, dove era atteso come ospite per parlare ai giovani di disagio e dipendenze: partecipazione inizialmente messa in discussione, poi confermata.

La vicenda, più che giudiziaria, resta mediatica: uno scontro sul ruolo dell’insegnante nell’era dei social, tra libertà didattica, comunicazione digitale e confini etici della scuola pubblica. «La questione del “professore influencer” va affrontata senza pregiudizi, distinguendo il piano giuridico da quello professionale» ha commentato Paola Spotorno, docente ed esperta di scuola.

«Dal punto di vista normativo, un docente della scuola pubblica, come nel caso di Vincenzo Schettini, può svolgere attività di divulgazione online e anche trarne un guadagno, purché ciò avvenga fuori dall’orario di servizio e senza conflitti di interesse. La legge vieta l’incompatibilità e l’uso improprio del ruolo pubblico, non la valorizzazione delle proprie competenze». E ha aggiunto: «La Costituzione garantisce l’istruzione gratuita nella scuola pubblica non l’obbligo di povertà francescana per i docenti. Scrivere libri, tenere conferenze o proporre contenuti digitali a pagamento è lecito, se non si trasforma la classe in un set. Tuttavia, la questione più interessante non è se si possa fare, ma come lo si fa. Essere un “prof influencer” può rappresentare un’opportunità: significa rendere visibile il valore culturale dell’insegnamento. In una società digitale, la divulgazione è una forma di servizio culturale e in un Paese che spesso considera l’insegnante un impiegato con troppe vacanze, vedere un prof che comunica con competenza può persino essere educativo. Naturalmente, l’ironia finisce dove iniziano i doveri: la qualità del lavoro in aula resta il criterio decisivo. Se quella regge, qualche follower in più non mette in pericolo la Repubblica».