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Un tredicenne si toglie la vita, scrivendo su un biglietto “Sono stanco della scuola”. Una 23enne si suicida a Roma perché i suoi genitori stanno arrivando dalla Sicilia ad assistere alla sua tesi di laurea, che non può esserci, perché lei da due anni non è iscritta più a nessun corso di laurea. Ma nessuno sa del suo ritiro.
A 13 anni essere stanchi della scuola significa viverla come un parcheggio in cui non trovi il senso di te, mentre la frequenti e poi studi a casa. Oggi la scuola viene da molti ragazzi percepita come un luogo faticoso ed ostile. Faticoso, perché richiede uno sforza cognitivo a cui sono stati sempre più disabituati dalle loro vite digitali, tutte a base di stimolazioni eccitanti e divertenti, tutte centrate sull’attivazione dopaminergica. In un mondo dominato dalla gratificazione istantanea, la scuola ti obbliga a seminare oggi per raccogliere domani. E il tempo del raccolto, proprio come in agricoltura, è lento e faticoso, spesso soggetto alle intemperie metereologiche.
Non è un caso che in un tempo in cui gli scienziati continuano a lanciare l’allarme “brain rot” (ovvero cervello che marcisce perché non stimolato, nutrito e allenato con ciò che lo rende competente e capace) i ragazzi vivano una stanchezza e una fatica relativa alla loro frequenza scolastica mai vista prima, tanto da far registrare abbandoni e assenze quotidiane in proporzioni che non ha precedenti. Oggi, la fatica cognitiva richiesta dallo studio, dalle spiegazioni in aula dove devi allenare il pensiero contrastano con la velocità degli stimoli e delle richieste del mondo online, in cui i nostri figli trascorrono dalla 4 alle 6 ore al giorno. Lì dentro tutto luccica, si muove ed è veloce. In aula, invece tutto va lento, sta fermo, è in bianco e nero. Così ci si sente stanchi, già dalle prime ore della mattinata. Anche perché di notte, stando iperconnessi, si è dormito poco. Ma non è solo il suo essere “faticosa” a demotivare i ragazzi allo studio. È anche la percezione che la scuola, oggi, sia per loro un ambiente “ostile”. Lo vivono come tale, perché i loro docenti spesso hanno un approccio che non prevede il maternage e l’accoglimento di tutte le loro richieste, come spesso accade a casa. Genitori che dicono sempre sì mandano a scuola figli che si sentono dire dei no a cui non sono abituati: così la scuola può apparire anche come nemica, perché quei no vengono fatti coincidere con l’atteggiamento di chi non sa – o ancora peggio – non vuole ascoltare.
Il tema dell’ascolto dei giovanissimi oggi è centrale nel dibattito relativo al loro disagio. Da tutte le parti si implora che il mondo adulto impari ad ascoltare gli adolescenti. Ma forse ci siamo dimenticati che gli adolescenti hanno bisogno di ascoltarsi tra loro, di parlarsi e di narrarsi la fatica che quotidianamente fanno a stare in relazione con adulti da cui devono imparare a separarsi, che li allenano alla vita chiedendo fatica ed impegno. Da sempre chi cresce confligge con chi fa crescere e ha nel gruppo dei pari un catalizzatore delle proprie emozioni affaticate. La 23enne suicida a Roma è probabilmente una giovane donna sola e incapace di reggere il confronto con un mondo adulto a cui non ha saputo raccontare la verità del proprio abbandono scolastico. Probabilmente non l’ha raccontata ai genitori così come non l’ha raccontata a nessun altro. Era sola, col proprio senso di impotenza, con un dolore impossibile da dire a chiunque. Spesso quel dolore intrappola i nostri figli, non perché noi adulti non sappiamo ascoltarlo, ma perché la fuori, nel mondo, essi stessi non hanno nessuno a cui raccontarlo, non vivono nel gruppo dei pari quell’esperienza di confronto e dialogo che è la matrice fondamentale della salute mentale in età evolutiva.
La scuola è una palestra faticosa che puoi vivere e affrontare con successo, senza sentirtene stanco, se la vivi come una sfida che appartiene non solo a te, ma all’intera tua generazione. Oggi sui banchi di scuola c’è il rischio che si siedano ragazzi e ragazze stanchi e soli, che faticano a sentirsi appartenenti al loro gruppo di pari. Che vengono più protetti che sfidati dai loro adulti di riferimento. E che alla fine si sentono stanchi, fragili e persi a se stessi. Purtroppo.






