La liturgia è cattolica, i paramenti sono quelli del rito latino, ma le parole sono in ebraico: siamo nel cuore di Gerusalemme ovest, a pochi metri dalla Porta di Giaffa, nel cuore pulsante del Vicariato di San Giacomo. Come ogni domenica, la comunità cattolica di lingua ebraica è riunita qui per celebrare la Messa, in questa chiesa senza crocifisso. Mentre si prega, qualcuno in giardino allestisce un buffet per la cena. Dopo la celebrazione della domenica, infatti, si mangia tutti insieme: «Questa è una famiglia ancor prima che una comunità religiosa», ci sussurra una fedele mentre usciamo dalla chiesa per raggiungere il cortile.

«Siamo una presenza piccola, simbolica, discreta, però io credo che abbia una grande rilevanza», racconta don Benedetto Di Bitonto, della comunità di Gerusalemme, delineando i contorni di una realtà che oggi conta circa un centinaio di persone nella Città Santa e un migliaio di fedeli se consideriamo tutte le singole parrocchie locali, chiamate Kehillah (termine ebraico per “comunità”), che si trovano sparse nelle altre principali città di Israele: Beersheba, Jaffa, Haifa e Tiberiade.

Don Benedetto Di Bitonto. Foto di Stefano Stranges
Don Benedetto Di Bitonto. Foto di Stefano Stranges
Don Benedetto Di Bitonto. Foto di Stefano Stranges

Le radici storiche

La genesi del Vicariato affonda le radici negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Con la nascita dello Stato d’Israele nel 1948, moltissimi ebrei europei, scampati all’orrore della Shoah, scelsero di emigrare in Medio Oriente. Tra loro vi erano anche famiglie miste, dove per esempio il marito era un ebreo laico e la moglie una fervente cattolica, con figli pacificamente battezzati. «Cercavano una chiesa dove pregare e non la trovavano», spiega don Benedetto, «per cui cominciarono ad arrivare dall’Europa religiosi e sacerdoti, molti dei quali anch’essi di origine ebraica, per provare a incollare questi pezzettini sparsi e creare delle piccole chiese domestiche».

Fu una necessità spirituale e pratica a far sì che, a metà degli anni ’50, venisse inoltrata a Roma la richiesta di poter celebrare nella lingua locale. «Chiesero al Vaticano se non fosse possibile per la lingua l’ebraica ottenere uno status di lingua sacra anche dal punto di vista liturgico», racconta ancora don Benedetto. Roma acconsentì, e tra il 1955 e il 1956 venne celebrata la prima Messa in ebraico della storia moderna. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, poi, sono arrivati migliaia di cittadini russi, ebrei ma spesso battezzati sotto il comunismo.

«Oggi, il fatto di parlare la stessa lingua e avere una Messa intelligibile per i fedeli è già di per sé un ponte», sottolinea don Benedetto. «Quando facciamo le benedizioni dell’offertorio sul pane e il vino, sono le stesse che ogni ebreo religioso recita a tavola prima di mangiare. Si capisce che queste due fedi si ricongiungono a una radice comune che è l’ebraismo biblico».

In una terra ferita, la missione del Vicariato è oggi un’opera di pacificazione silenziosa all’interno della società israeliana. «Ogni ebreo nasce e cresce con il trauma del cristiano che vuole convertirlo. Noi cerchiamo di fare il lavoro opposto. Accogliamo, formiamo e integriamo chi bussa alla nostra porta. Per noi evangelizzare non significa convincere, ma testimoniare i valori e il messaggio evangelico con la nostra vita».

David Neuhaus, prete cattolico di lingua ebraica.
David Neuhaus, prete cattolico di lingua ebraica.
Don David Neuhaus, prete cattolico di lingua ebraica. Foto di Stefano Stranges

Le sfide immense

Oggi la composizione della Kehillah di Gerusalemme è uno specchio dei flussi migratori nel Paese: tanti tra i fedeli sono lavoratori e lavoratrici migranti arrivati dall’Asia e dall’est Europa per prendere il posto dei palestinesi, a cui dopo il 7 ottobre 2023 è stato revocato il visto di lavoro.

Tuttavia, essere cattolici in Israele pone sfide identitarie immense, come dimostra la storia di uno dei padri fondatori: padre Daniel Rufeisen, colui che fondò storicamente la prima Kehillah di Haifa. Ebreo polacco, lavorò sotto copertura come traduttore per le SS salvando centinaia di vite dal ghetto. Durante la fuga si convertì leggendo il Vangelo e divenne monaco carmelitano. Quando chiese di emigrare in Israele, la cittadinanza gli fu negata in quanto “cristiano”. Fece causa fino alla Corte Suprema, che gli concesse il passaporto solo come “Giusto fra le Nazioni”, non come ebreo. Da quel giorno, la Legge del Ritorno fu modificata, stabilendo che è ebreo chi è figlio di madre ebrea «e non si sia convertito a un’altra fede».

Una complessità che oggi i giovani del Vicariato vivono sulla propria pelle, essendo chiamati al servizio militare obbligatorio come tutti gli altri israeliani. Questo rende spesso difficili i rapporti con il clero e i cristiani palestinesi oltre il muro, sebbene non manchino coraggiosi tentativi di incontro, come i festival giovanili bilingue promossi insieme al patriarcato latino di Gerusalemme.

Una sintesi nella complessità

Testimonianza incarnata di queste molteplici identità è la vita di padre David Neuhaus, che incontriamo alla Messa della domenica della Kehillah di Gerusalemme. Nato in Sudafrica da ebrei tedeschi in fuga dal nazismo, fu mandato a studiare a Gerusalemme a 15 anni. Lì avvenne un incontro inatteso: «Ho incontrato Gesù per mezzo di una religiosa russa ortodossa». Attese dieci anni prima di battezzarsi, studiando all’Università ebraica, per poi farsi gesuita e servire la Chiesa in Israele, non senza uno sguardo profondamente critico nei confronti della deriva politica del Paese, e spendendosi senza sosta per un dialogo interreligioso svincolato dai soli compromessi diplomatici.

Alla domanda su chi sia oggi, la sua risposta è forse la sintesi perfetta della complessità identitaria che attraversa la Kehillah di Gerusalemme: «Io rimango ebreo dal punto di vista culturale. Sono israeliano perché ho la cittadinanza ma sono anti-sionista. Sono cattolico perché lo sono diventato per fede, sono gesuita e sono prete... Come tutto ciò venga tenuto insieme? Non ne ho idea».

E così, mentre le tensioni tra ebrei israeliani e cristiani scuotono la Città Santa, questa piccola comunità continua a riunirsi, pregando per la pace nella stessa lingua in cui questa fu promessa da Gesù duemila anni fa.