Sono passate due settimane da quel terribile primo gennaio a Crans-Montana, in Svizzera, dove una notte di festa che segnava il passaggio dall’uno all’altro anno ha significato un altro passaggio, per troppi ragazzi. Dalla vita alla morte, in uno scorrere lunghissimo di attimi di terrore e dolore.

Sono passate due settimane e i giornali e le tivù, avidi di notizie, non ne parlano quasi più, giustamente, per tutelare lo strazio di tante famiglie. Abbiamo nel cuore le parole piangenti dei papà, delle mamme, dei fratelli, degli amici ai funerali dei loro cari, le omelie alte e commosse di chi li ha celebrati. Non scordiamole.

Sono state parole di conforto, di speranza, e pare follia dirlo, in una situazione così disperata. Eppure abbiamo sentito l’abbraccio di un’umanità ferita e partecipe e la presenza del Mistero. Abbiamo potuto scommettere, se non abbiamo potuto fidarci, che quelle morti non erano eterne, che quei figli di tutti non erano morti invano, giovinezze buttate nel nulla, a caso. Sommersi e salvati, come in una roulette russa crudele e insensata.

Non riusciamo a convincerci che una tomba sia quel che resta, di quelle vite allegre e ridenti. Non possiamo credere che quella festa fosse lo scherno, l’artiglio infido della morte. È più umano e più vero appoggiarci al balsamo della fede e tenere a lungo dentro di noi i pensieri che ci hanno toccato in quei primi giorni di un 2026 cominciato male, si è detto, oppure no.

Perché il 2026 male è cominciato anche nelle trincee ucraine, nelle tende marcite di Gaza, nelle galere e nei coprifuochi di Caracas, nella paura di chi muore perché porta al collo una croce, in tanti Paesi africani. Perché il 2026 è cominciato bene nel calore di tante famiglie, di tante amicizie, di tanti gesti di amore, di fraternità, di cura.

Guardiamoci sempre intorno per trovare il bello e il buono, in ogni giorno che comincia e si chiude. Perché nulla comincia e nulla finisce, se non dalla Creazione al Paradiso, per noi e per il mondo, e il Paradiso è un nuovo inizio. È la sola carta da giocare per far fronte all’orrore dei ricordi e del fuoco, che ha avvolto senza pietà quei ragazzi gioiosi.

Per far fronte alla pena di chi attende trepidando alle porte di una terapia intensiva, con la sofferenza loro e di chi amano che si prolunga nel tempo, senza certezze. Chi è sopravvissuto, chi sopravvivrà, come potrà ancora sorridere? Come riemergerà dall’inferno? Grato di essere vivo, o maledicendo quella nuova sfigurata vita?

I giornali non ne parlano più, teniamoli noi nelle nostre preghiere. Non abbiamo che le piaghe di Cristo e il sangue di Cristo versato per ciascuno e per tutti per far fronte allo smarrimento, alla paura della voragine che ci abbatte, nel ricordo di quel locale svizzero, nella coscienza dei tanti luoghi del mondo in cui il male domina, rinfocolato dagli uomini.


In collaborazione con Credere

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