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Daniele Ventola (nella foto, a Bukhara, l’antica città carovaniera della Via della Seta, in Uzbekistan) ha 34 anni. È nato a Napoli, suo fratello maggiore è il filosofo Mauro Ventola. Si è laureato in Antropologia a Bologna nel 2017 con una tesi sulla mitologia contemporanea. Nel 2018 ha dato vita al progetto “Vento della Seta”, partendo per un viaggio a piedi di 2 anni. Il sito del viaggio: www.ventodellaseta.org.


Ha il vento, nel suo destino. «Poiché mi è capitato un cognome che lo incarna, sono sempre stato allergico ai confini e, quando ho dovuto scegliere che cosa fare del mio futuro, ho deciso di costruire qualcosa di vivo, di vero e che potesse servire, in qualche modo, al mondo». Daniele Ventola, 34 anni, napoletano, è appena tornato da Bruxelles, dopo aver percorso 1.500 chilometri a piedi: era partito lo scorso primo luglio da Assisi e, in poco meno di due mesi, ha attraversato quattro Paesi (Italia, Svizzera, Francia, Belgio) e una decina di regioni. Un cammino complesso, nato da una convinzione: «Oggi, in un pianeta frammentato da troppe guerre, mentre ricorrono gli ottocento anni dalla nascita di san Francesco, l’uomo che fece del dialogo la sua rivoluzione, proprio da Assisi ho voluto lanciare la mia proposta: dobbiamo impegnarci, concretamente, per la pace. Questo cammino è un gesto simbolico per diffondere semi di consapevolezza».


Sui sentieri verso la Cina
Antropologo, pedagogista e viaggiatore, Daniele ha iniziato a camminare nel 2011, sulla via per Santiago. «Da quel momento», racconta, «non mi sono più fermato. Camminare mi ha insegnato a destrutturare parte della vita, socialmente e culturalmente, ha fatto di me una pagina bianca in cui potevo essere libero dai condizionamenti. Per questo, nel 2018, scelsi di intraprendere un “cammino di antropologia itinerante”, la Via della Seta».
Daniele lo definisce così, con un nome che evoca mete esotiche e affascinanti, paesaggi sospesi tra storia e leggenda, dove culture diverse si incontrano e si raccontano. «In realtà», ammette, «sono stati 12 mila chilometri percorsi e 13 Paesi attraversati, attraverso due anni di fatica, sacrificio, ma anche resilienza. Purtroppo, la pandemia non mi ha permesso di entrare a Pechino, ma sono comunque arrivato ai confini del Celeste Impero».
Unire la pratica dei cammini alla sensibilità dell’antropologo è stata, per Daniele, una conseguenza naturale. «Alla fine dei miei studi», evidenzia ancora Ventola, che oggi lavora al Dipartimento internazionale del Gonzaga, l’Istituto dei Gesuiti a Palermo, «mi sono chiesto se avessi potuto usare gli strumenti dell’antropologia come ponte tra cultura ed essere umano, riscoprendo il valore delle relazioni. Camminare permette di concretizzare questa aspirazione: non ci sono rotte né sentieri prestabiliti, si cammina affondando nella neve o sotto il sole che brucia, si mangiano scatolette di tonno e fagioli o fette biscottate, se sei fortunato. Bisogna abbandonare le sicurezze, ti metti sulla strada e lasci che l’avventura ti sorprenda».


Cinque domande per la pace
E bisogna riscoprirsi uomini. «Sì, certo», conferma ancora l’antropologo. «Viviamo in uno scenario internazionale di guerra e di violenza. Di fronte a tutto questo, l’indifferenza è una tentazione comoda. Ma voltarsi altrove rimane una scelta. Il cammino da Assisi a Bruxelles, per questo, è stato un invito a compiere una scelta consapevole di fronte agli eventi, una scelta che parta dalla pace: l’ho chiamato Call of Peace, in contrapposizione con il Call of Duty, del richiamo alle armi americano».
Alla fine del viaggio, ci sono le pergamene. «Ne ho portate tre con me, ognuna è lunga un metro e scritta in lingue diverse», conferma Daniele. «Raccolgono i messaggi, le voci e i silenzi degli uomini, delle donne e dei bambini che ho incontrato sul cammino e che ho intervistato». Sono state una sessantina le interviste realizzate, tutte con le medesime domande, alle quali però poi ciascuno ha offerto una propria, originale risposta.
«A 30 anni, mi sono riscoperto cristiano», confida Daniele. «E ho capito che per parlare ai giovani del messaggio di pace e amore portato da Gesù bisogna far riferimento alla concretezza delle esperienze, più che alle catechesi o ai grandi discorsi. Camminare, per questo, è anche una forma di preghiera: ti libera la mente e ti mette in contatto con la parte più vera e autentica di te stesso».





