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Da caravaggio, incredulità di san tommaso (Uffizi).


È stata esposta una copia in Sant’Agnese in Agone, nella splendida piazza Navona di Roma, in coda al Giubileo. È L’incredulità di San Tommaso, uno dei quadri più iconici di Caravaggio. Uno dei più scandalosi, dei più drammatici, un colpo al cuore. Il protagonista è Cristo nel suo corpo terreno. O forse no, è Tommaso o ciascuno di noi. Incredulo, davanti a chi credeva morto da pochi giorni e invece si ripresenta, come niente fosse, con un «Pace a voi!». E pretende di essere creduto.
Altro che pace. Angoscia, solitudine, paura, persecuzione. E delusione, tanta. La stessa che proviamo ogni giorno quando siamo messi di fronte al fatto straordinario di un Dio che si fa uomo e, ucciso, risorge. Dovremmo credergli quando la nostra quotidianità è dolore per il mondo e per noi? È Pasqua per 50 giorni (e dovrebbe esserlo tutte le domeniche) e lo sconvolgimento dei discepoli ci tocca ogni volta. Vorremmo poterlo toccare, abbracciare, Gesù, sentire se quell’uomo è corpo, se davvero ha vinto la morte e può mantenere la promessa della vita eterna, per noi e per chi ci è caro, steso su un letto d’ospedale o ramingo tra le macerie, sopraffatto da violenza e odio, perduto all’improvviso per un malore o un incidente, che abbiamo accompagnato al sepolcro.
Caravaggio sa bene che lo stupore di Tommaso è il suo, il nostro. Sa che la nostra ragione grida: è proprio vero? Posso sperimentarlo? È incredibile risorgere. E se Pietro e Giovanni hanno visto i teli mortuari afflosciati a terra, io, Tommaso, non c’ero. Se in dieci, con Sua madre Maria, hanno visto nel Cenacolo la Sua presenza, con tanto di ferite ancora aperte, io, Tommaso, non c’ero. Voglio una prova.
Scandalosa l’incredulità di quest’uomo, e la nostra, o più scandalosa la Risurrezione, tanto da irridere Paolo l’apostolo, come un visionario, un pazzo? Eppure la ragione pur così limitata e inefficace ci è stata data. La ragione è parte di noi, come le braccia e il cuore. La ragione per sua natura vuole in-tuire, cioè entrare dentro le cose, capire. E per capire vuol fare esperienza. Lo sapeva bene un grande intellettuale e scrittore come Vittorio Messori, che ha avuto la grazia di morire con Cristo, il Venerdì Santo.
La fede e la ragione non sono incompatibili, tutta la storia dell’uomo lo dice, dalla creazione, dai racconti della Bibbia: quanti perché, quante richieste a Dio di farsi vedere, quanta incredulità che esige segni. Cristo ha scelto il segno più semplice e assurdo: «Metti qui le tue mani nelle mie ferite». E Caravaggio ha rappresentato con realismo crudo e sublime quel dito che entra nella piaga del costato, allarga i lembi della ferita, ne tocca la carne viva. Ma quel gesto è guidato dalla mano di Cristo, che regge la mano di Tommaso e la nostra, per darci certezza.
Surrexit vere, è risorto davvero: questo il saluto che si rivolgevano i primi cristiani, ogni giorno. Questa la fede che dobbiamo ritrovare, con cuore e ragione, per credere che «la morte non avrà più dominio».



