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Multiculturà e fedi diverse si intrecciano a Milano.
Tra le grandi città italiane ne esiste una che svetta sulle altre quando si parla di multiculturalità e multietnicità, Milano. E proprio nel cuore del capoluogo lombardo, a Palazzo reale, due passi dietro il Duomo, si è svolto ieri il convegno “Comunità religiose nelle città, i luoghi dell’incontro e del culto”, momento importante per riflettere e ragionare su come far convivere il melting pot di religioni che abitano la città.
Per avere un quadro completo, è stato presentato il 31esimo Rapporto Ismu (dati proiettati al 1° luglio 2025) sulle migrazioni dal dottor Alessio Menonna. Il Rapporto mostra la panoramica dei residenti stranieri in Italia, e delle loro religioni. A svettare in cima alla classifica ci sono i musulmani, che rappresentano il 31% del totale (oltre 1 milione e 700mila), seguiti dagli Ortodossi (28,6%) e cattolici (16%). Tra i fedeli musulmani, la maggioranza è rappresentata dalla popolazione marocchina (416 mila), ma la crescita più verticale viene fatta registrare dalle comunità asiatiche del Bangladesh (176 mila, +18%) e del Pakistan (165 mila, +18,2%). Menonna ha poi spiegato come la composizione religiosa attuale non sia più frutto di un’immigrazione recente, ma che si sia formata tramite processi di lungo periodo. Musulmani, ortodossi e cattolici rappresentano oltre tre quarti del totale, ma l’ultimo quarto mette insieme moltissime fedi differente.
A tracciare la cornice giuridica è stata la professoressa Natascia Marchei (Università Bicocca), che ha ricordato come i luoghi di culto non siano materia urbanistica, ma questione di libertà religiosa, tutelata dall'articolo 19 della Costituzione. Negli ultimi trent'anni la giurisprudenza ha oscillato tra una fase più aperta, in cui i luoghi di culto erano trattati come opere di interesse pubblico al pari di ospedali o scuole, e una fase più "securitaria", inaugurata dopo l'11 settembre, in cui sono diventati oggetto di norme sempre più restrittive — come la legge regionale lombarda del 2015, ribattezzata dai media "legge antimoschee". La Corte Costituzionale è intervenuta più volte per bocciare queste restrizioni, fino alla sentenza più importante, quella del 2019, che ha stabilito un principio chiaro: la destinazione di un edificio al culto non può essere trattata diversamente da qualsiasi altra destinazione d'uso, salvo che non comporti un reale impatto sul territorio.
La parola è passata successivamente alla professoressa dell’Università Roma tre Maria Chiara Giorda, che ha raccontato una storia che ha radici nell’ottocento, a Torino, quando lo Statuto Albertino tramite una serie di provvedimenti concesse per la prima volta diritti civili e politici a valdesi ed ebrei. Quelle libertà, si trasformarono nel giro di pochi anni in qualcosa di concreto: sorsero vicino alla stazione di Porta Nuova il tempio valdese, la sinagoga e la Mole antonelliana. Accanto a questi luoghi visibili e riconoscibili, Giorda ha mostrato anche l’altro lato della medaglia: i luoghi di culto invisibili, come le sale di preghiera musulmane, troppo spesso irriconoscibili dall’esterno.
Un altro aspetto toccato riguarda la sepoltura di chi viene tristemente a mancare. Milano ha una storia particolare riguardo questo tema: già il progetto originale del Cimitero Maggiore prevedeva infatti dei reparti distinti dedicati alla sepoltura dei non cattolici e degli ebrei. Quella tradizione, continua tutt’oggi: il regolamento comunale, aggiornato nel 2025, permette di creare reparti speciali tramite convenzione, e dal 2004 esiste un accordo tra il Comune e tre istituzioni islamiche milanesi per la gestione di aree dedicate.


La sociologa Giulia Mezzetti ha poi esposto il caso di Brescia, città con una forte multiculturalità (il 20% degli abitanti è straniero) e un’importante componente musulmana, oltre che una consistente presenza di sikh, arrivati nella città lombarda negli anni 90. Fin da subito il comune si è mosso per loro, creando un ufficio stranieri per aiutarli non solo a trovare casa e lavoro, ma per capire dove potessero praticare il loro culto. Quando i sikh si preparano a festeggiare la loro processione annuale, il comune intervenne con dei volantini atti a spiegare ai bresciani l’usanza e accompagnarli nell’accettazione di un fenomeno a cui non erano minimamente abituati. Brescia è un caso studio interessante poiché, secondo Mezzetti, delinea uno schema di come un luogo di culto arriva ad essere accettato dai residenti della città. Dopo una prima fase in cui non è tollerato né da cittadini né da istituzioni, si passa a una fase in cui viene ostacolato ma qualcuno — spesso la Chiesa cattolica locale, con un ruolo di garante — comincia a fare da mediatore, fino ad arrivare, nei casi più riusciti, a un riconoscimento pieno, in cui il luogo di culto viene sentito come parte naturale del quartiere.
Tornando a Milano, durante la giornata tre comunità religiose hanno raccontato a che punto sono i loro progetti. Monsignor Luca Bressan ha descritto il progetto del Monastero Ambrosiano che sorgerà nell’area dell’ex Expo, di fianco all’ospedale Galeazzi e allo Human Technopole. Sono stati i due direttori di queste istituzioni a coltivare l’idea di creare uno spazio di incontro tra la ricerca scientifica e i saperi umanistici custoditi nelle tradizioni religiose. Al centro del progetto c’è la creazione di un chiostro in stile medievale, affinché possa diventare un luogo dove viene valorizzato ciò che ognuno porta.
Mahmuod Asfa, presidente della Casa della Cultura Musulmana di Milano ha raccontato invece la storia delle comunità islamica, nata vicino a via Padova negli anni Ottanta. Allora c’erano solamente poche decine di persone, oggi invece il centro viene frequentato da oltre tremila persone, che il venerdì vengono divise in otto turni. Nel 2022 il Comune ha messo a bando un'area di 1.400 metri quadrati in via Esterle, una traversa di via Padova. La Casa della Cultura Musulmana ha vinto il bando e da allora lavora al progetto: demolire la vecchia struttura e costruire una moschea vera e propria, con un seminterrato per le abluzioni e le attività comunitarie, e una sala di preghiera al piano terra capace di accogliere fino a mille persone.
Andrea Brancato, conosciuto anche con il nome spirituale di Govinda Deva, rappresentante dell'Unione Induista Italiana, ha raccontato un percorso diverso, partito non da un bando ma dall'acquisto diretto di un immobile, nel 2019, in via Cassano d'Adda. Brancato ha insistito molto sul fatto che il tempio non sia soltanto un luogo di preghiera, ma un vero spazio di incontro per le famiglie, un ponte tra la cultura d'origine e quella locale, e un luogo dove si trasmette una cultura millenaria — attraverso la musica, la danza, il canto, considerate vere e proprie arti sacre nella tradizione induista.





