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Se è vero che l’Epifania, tutte le feste porta via, quest’anno se ne va con lei anche il Giubileo. Con tutti i suoi eventi, incontri, occasioni, con Roma crocevia di genti da ogni dove, e con tanto traffico e cantieri…… Si torna alla normalità, che è il quotidiano malinconico, oppresso, annoiato, disperato, a tratti eccitato, o scontato, grigio, distratto; oppure la normalità è la realtà trasformata dalla salvezza di un Dio presente, amata e compresa nella sua bellezza, nella sua gratuità.
Con più o meno coscienza il ricorrere di questa parola, Giubileo, ha rimesso nel cuore un po’ di gioia. Ci ha ricordato che si può ringraziare, sempre, che c’è un motivo per alzare lo sguardo e ricominciare. È stato il Giubileo della speranza e la speranza non se ne va col 6 gennaio.
«La speranza per noi non delude», ci dice san Paolo, «perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito che ci è stato dato».
La speranza non è il sospiro scaramantico sulle sorti che ci attendono, chissà, forse, incrociamo le dita. La speranza deve poggiare su una certezza o è un’illusione, un inganno.
La speranza è la redenzione, è Dio fatto uomo, bambino, e poi morto e risorto, che ci promette l’Eterno. Solo questo può salvare l’umanità ferita e la mia povera vita. Solo in Lui possiamo sperare.
Il Giubileo della speranza ha riportato il nome di Cristo nel mondo: l’àncora cui aggrappare le nostre fragilità. Possiamo fingere e guardare da un’altra parte, oppure ricordarlo e abbeverarsi a quella speranza certa.
«Per sperare bisogna aver ricevuto una grande grazia», scrive Péguy, nei suoi Misteri. E per il mistero di un’elezione, questa grazia ci è stata donata, con la responsabilità di portare nel mondo la nostra speranza.
Come dice la preghiera del mattino, che tanti anni fa si imparava a catechismo: «Ti adoro mio Dio… ti ringrazio di avermi creato e fatto cristiano». Questa è la grazia, questa è la fonte della nostra speranza.
In collaborazione con Credere
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