L’incarico è di quelli che generano una certa inquietudine o, al contrario, un aperto scetticismo, ma sia il diritto canonico (can. 1172) sia il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1673) parlano chiaro: in ogni diocesi è prevista la figura dell’esorcista, e deve esserlo il vescovo in persona o un prete da lui incaricato. Non c’è quindi nulla di folkloristico nel presbitero che compie riti di liberazione dal maligno, né tantomeno si tratta di un retaggio medievale.

Uno tra i più famosi esorcisti è stato un sacerdote paolino, don Gabriele Amorth. Mercoledì 16 settembre, a 10 anni esatti dalla morte, la Società San Paolo lo commemorerà con due eventi al santuario parrocchia Maria Regina degli Apostoli, in via Antonino Pio, 75 a Roma. Alle 18.00 il Superiore Provinciale don Roberto Ponti presiederà la Santa Messa. A seguire si terrà un convegno sul sacerdote esorcista con i relatori padre Francesco Bamonte, don Marcello Lanza, don Aldo Buonaiuto e don Stefano Stimamiglio.

Don Gabriele Amorth. Il sacerdote paolino è morto il 16 settembre 2016 a 91 anni (Michele Palazzi/Contrasto).
Don Gabriele Amorth. Il sacerdote paolino è morto il 16 settembre 2016 a 91 anni (Michele Palazzi/Contrasto).
Don Gabriele Amorth. Il sacerdote paolino è morto il 16 settembre 2016 a 91 anni (Michele Palazzi/Contrasto).

Diversamente da quanto purtroppo comunicano certi film dell’orrore sugli esorcisti, don Amorth era una persona dal carattere aperto, solare, ottimista, aperto alla battuta e all’ironia, come può confermare uno dei suoi nipoti, Giovanni, oggi 54enne, legato allo zio da un affetto profondo.

Quali ricordi ha di suo zio don Gabriele quando era piccolo?

«È stata una delle primissime persone che mi ha preso in braccio quando sono nato. Lui mi ha anche consacrato al Cuore Immacolato di Maria, cosa che auspicava che i sacerdoti facessero con tutte le persone nuove nate. Questo ha permesso che la mano della Madonna mi fosse tenuta ferma sulla testa per tutta la mia vita, e io ho percepito la presenza di Maria in moltissime occasioni».

Che carattere aveva?

«Aveva un carattere meraviglioso, solare, ottimista. Quando ci parlavamo o ci sentivamo al telefono mi diceva sempre: “Giovannino, pensa che oggi è una bella giornata e domani sarà ancora migliore!”; ogni giorno era una giornata meravigliosa e quella dopo sarebbe stata ancora più bella. Mi ha voluto un bene immenso, mi chiamava “Giovannino Bello”, e l’affetto naturalmente era pienamente ricambiato, assieme all’enorme stima che avevo per lui».

Le ha mai fatto soggezione l’incarico che aveva di esorcista?

«Soggezione non è il termine più adatto; noi provavamo un grande orgoglio, eravamo lieti che lui avesse avuto questo incarico di combattere il male con la M maiuscola. Mi ha aiutato anche a chiarire molti dubbi, perché quando è stato nominato esorcista, nel 1986, io avevo una quindicina d’anni, avevo molta paura del male e mi domandavo: se il demonio può disturbare le persone fino ad arrivare alla possessione, questo fa sì che se uno muore va all’inferno, si perde per l’eternità? Lui mi ha insegnato che il demonio può impossessarsi del corpo, ma mai dell’anima, per cui uno può essere posseduto dal demonio ed essere in piena grazia di Dio grazie alla confessione, alla preghiera, alle opere di carità, ai sacramenti; e così come ho avuto questo dubbio, ne ho avuti tantissimi nell’arco della mia vita che lui mi ha tolto dal cuore».

Il sacerdote esorcista con don Stefano Stimamiglio, direttore di Famiglia Cristiana.
Il sacerdote esorcista con don Stefano Stimamiglio, direttore di Famiglia Cristiana.
Il sacerdote esorcista con don Stefano Stimamiglio, direttore di Famiglia Cristiana.

Vi sentivate al sicuro, insomma.

«Lui era un po’ un ombrello che ci riparava dal male, perché con il potere di esorcista, con le sue catechesi, le sue preghiere e i suoi indirizzamenti di vita, potevamo essere molto più al riparo di quanto sarebbe stato diversamente».

Vi vedevate spesso? Andavate a Roma a trovarlo?

«Non c’era l’abitudine di andare a trovarlo a Roma, ma lui veniva due volte all’anno a Modena. Una volta veniva solo per trovare i fratelli, le cognate e i nipoti, l’altra si incontrava con i vecchi partigiani cattolici con cui aveva fatto la Resistenza, suoi amici e compatrioti, io stesso gli facevo da autista e lo portavo a questi ritrovi».

Come si è mantenuto nel tempo questo legame familiare?

«Ho avuto la fortuna di studiare a Roma per circa quattro anni, dal 2000 al 2004, alla Pontificia Università Lateranense, e mi capitava di essere ospite della Società San Paolo (la congregazione dei Paolini, ndr); avevo la stanza nel corridoio di fronte alla sua, durante il giorno lui faceva gli esorcismi e io avevo le lezioni all’università, ma pranzavamo e cenavamo insieme. Sono stati quattro anni che ricordo con grande tenerezza e piacere. Finita quell’esperienza, quando riuscivo andavo a trovarlo a Roma e stavo da lui magari uno o due giorni e lui, nonostante i suoi impegni, mi riservava il suo tempo».

Che ricordo ha di don Gabriele dal punto di vista spirituale?

«Ha lasciato un’eredità spirituale immensa, che distinguo in due parti, come facce della stessa medaglia. La prima faccia sono le sue catechesi sull’argomento dell’occulto, del satanismo e del male. Ci ha insegnato e fatto capire che bisogna frequentare con regolarità i sacramenti; diceva che aveva chiesto al demonio durante un esorcismo cosa fosse la Confessione, e satana aveva risposto: “È il sangue di Cristo che lava le anime”. L’altra faccia sono i suoi insegnamenti di fede: stare uniti a Gesù Cristo con la Santa Messa, la Confessione e il Santo Rosario. Lui era innamorato di Maria e recitava il Rosario intero, cioè i quattro misteri, quotidianamente. Mi ha trasmesso questa devozione per cui anche io cerco di recitarli ogni giorno».

Quanto le manca don Gabriele?

«Mi manca enormemente, però non lo dico con la tristezza nel cuore, perché ho la certezza che è in paradiso, nella gioia più perfetta, per cui non si può essere tristi per questo evento».

La diretta dedicata a don Gabriele Amorth sy YouTube, 16 settembre 2026, ore 18.00