In Israele il giorno delle elezioni è – nelle parole di un passante – “la domenica che non abbiamo”, ossia un giorno di festa, che però – a differenza del venerdì e sabato, ossia i normali giorni di vacanza in Israele – non comporta tradizioni e obblighi religiosi come il sabato, lo shabbat, e nemmeno i frenetici preparativi per quanto sopra come il venerdì.

Le elezioni, insomma, le aspettano da sempre adulti e ragazzi, famiglie e professionisti: tutti programmano gite allo zoo, barbecue nei parchi, visite ai musei, pomeriggi con gli amici e mattine in spiaggia. Queste elezioni del 27 ottobre però non sono state attese soltanto dagli amanti di una giornata libera, bensì da centinaia di migliaia di israeliani, residenti nel Paese o sparsi per il mondo, come una possibilità di shinui: cambiamento, svolta, nuova pagina.

Luciano Steve
Luciano Steve
Luciano Steve

A quattro anni dal trionfo del Likud e di Benjamin Netanyahu nel novembre 2022, dopo la fine del 2022 e la prima metà del 2023 scosse quotidianamente da manifestazioni contro il governo, che andavano allargandosi ogni volta di più e sono state bruscamente interrotte dal 7 ottobre e da tutto quel che è seguito, è ora il turno, alla fine del 2026, di eleggere un nuovo governo, ma i candidati della destra sono sempre gli stessi, mentre la sinistra e il centro hanno tirato fuori un paio di assi dalla manica: Yair Golan, che nelle scorse settimane ha espresso la condanna più dura in assoluto all’operato di Israele dal 7 Ottobre a oggi, e l’ex militare di centro-sinistra Gadi Eisenkot. Slogan come “O Yamin o Palestin”, ossia: “O la destra o la Palestina” sono su tutti i manifesti elettorali del Likud, dove da una parte troneggia la foto di Bibi e dall’altra un guazzabuglio in cui figurano tutti i suoi avversari politici, Eisenkot e Golan per primi, e dietro di loro, i candidati delle liste arabe.

Molte migliaia di israeliani residenti all’estero da anni sono tornate a votare questa volta, così come tanti cittadini di altri Paesi che hanno per varie ragioni cittadinanza israeliana e diritto di voto. Si immagina che la grande maggioranza di essi siano venuti a votare in massa per il “cambiamento”, ma non è escluso che alcuni invece siano tornati per sostenere il governo uscente. Un musicista di strada, la vigilia delle elezioni, suona la chitarra sul lungomare di Tel Aviv e canta un famoso brano di origine chassidica, ossia mistico-religioso: “L’importante è non temere mai”, solo che non riesce a pronunciare il suono “ch”, centrale di tutto il brano: lefached è temere e la canzone suona strana, così pronunciata lefaed: provo ammirazione per questo cantante venuto da chissà dove (la pronuncia della “ch” è da sempre un segno distintivo fra chi è cresciuto parlando una lingua semitica, ebraico o arabo che sia, e chi no) che ha il coraggio di mettersi a cantare una canzone molto nota ma che lui non sa pronunciare e che denuncia la sua “alterità”, lì sul mare, davanti a tutti.

Nella stessa sera sono andata a sentire altra musica che parla d’alterità: al Museo della Terra di Israele un collettivo di giovani artiste e artisti che conosco di persona hanno lanciato un progetto nuovo di nome Shushana, dal nome della mitica Shushan, città della Persia luogo d’azione del biblico Rotolo di Ester e nome del giorno dopo la festa di Purim sul calendario ebraico, ossia quello che si celebra a Gerusalemme. Il progetto consiste nello scambio di lettere e messaggi di ogni genere (le lettere inviate per posta derivano anche dalla difficoltà di usare internet in Iran). Lo scambio è iniziato a gennaio 2026, durante le rivolte e i terribili massacri di studentesse e studenti in Iran a opera del regime. Un’israeliana giovane, maestra di scuola, recentemente immigrata da Parigi, ha mandato un messaggio a una sua conoscente iraniana, una scrittrice esule a Berlino, per esprimerle solidarietà verso il suo Paese e le sue sofferenze. La scrittrice ha risposto chiedendo della situazione in Israele, lo scambio è diventato un progetto allargato ad altre e altri israeliani e iraniani (questi ultimi per la maggior parte esuli in Europa), le lettere sono state trasformate in opere d’arte, musicate, coreografate, danzate e suonate al Museo della Terra di Israele a Tel Aviv la notte prima delle elezioni, con preghiere di pace e cambiamento. Cambiamento è la parola che più si sente pronunciare, sotto le finestre del mio albergo sulla spiaggia la mattina stessa delle elezioni: un drappello di giovanissime e giovanissimi con megafono, bandiere israeliane e un tamburo rullante svegliano dormienti e bagnanti ricordando loro che “Oggi non è un giorno di vacanza per stare in spiaggia: è il giorno in cui cambiare il Paese, andate a votare!”.

A Gerusalemme – quando ci arrivo nel pomeriggio, per recarmi al mio seggio – piove a dirotto, l’aria è freschissima, completamente diversa dall’afa di Tel Aviv, spingo la carrozzina di mia figlia – per la prima volta in vita sua nella città in cui io sono nata – su e giù per la via costellata di pini che spandono il loro profumo sotto la pioggia. Glika guarda il cielo che distilla profumo di pini e non capisce se questo sta piangendo per un cambio di governo che non ci sarà, per altri orribili anni di guerra e violenza che seguiranno, o se invece il vento che sente soffiare forte è quello del necessario e benefico cambiamento.

AFP

(Yair Golan, hademocratim, The democats, 28/10/26, ore 10,00)

“Netanyahu ha perso; so contare fino a 120: 65 è più di 55, così funziona la democrazia israeliana. Abbiamo capito che non abbiamo un futuro qui se non smettiamo di aver paura. E se non la finiamo con il razzismo: non possiamo più accettare la discriminazione razzista di Netanyahu fra i voti degli ebrei e quelli degli arabi. Il voto di un cittadino israeliano che vota a Tira è identico al voto di un cittadino israeliano che vota a Giva’at Shmuel, non meno, non all’incirca. Uguale. Chi tenta di cancellare i voti dei cittadini arabi si sottomette a Netanyahu e rinuncia a Israele. E ora parliamo di sionismo: nella coalizione di Netanyahu siedono 16 parlamentari dei partiti haredim (“ultra ortodossi”) non sionisti, che sostengono una diserzione di massa mentre i nostri figli combattono e muoiono. Se Netanyahu insiste a contare soltanto i voti “sionisti”, che si sbarazzi prima di tutto dei 16 membri della Knesset haredim nella sua coalizione che non sono sionisti. Non saranno loro a insegnarci il sionismo. La colazione del cambiamento ha una maggioranza sionista: 49 contro 39. La coalizione del cambiamento ha una maggioranza israeliana: 65 contro 55. Abbiamo la maggioranza. Abbiamo la responsabilità e abbiamo la possibilità di formare un governo di cambiamento in collaborazione con i cittadini di Israele arabi. Un governo che serva tutti i cittadini di Israele. Ora serve coraggio, ora serve una leadership e bisogna smettere di temere e iniziare ad agire: un governo di cambiamento. Adesso!”