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Brazil's right-wing Senator and Liberal Party (PL) presidential candidate Flavio Bolsonaro arrives with his wife Fernanda at Presidente Juscelino Kubitschek International Airport during Brazil's presidential runoff election in Brasilia, Brazil, on October 25, 2026. Flavio Bolsonaro faces President Luiz Inacio Lula da Silva in a runoff that will determine whether Brazil remains one of the few leftist nations in the region or joins a regional swing to the right championed by his ally, US President Donald Trump. (Photo by Evaristo SA / AFP)
Martedì sera, alle 22.50, un’auto attraversa il ponte Tancredo Neves, che separa il Brasile dall’Argentina nei pressi di Puerto Iguazú. A bordo c’è Flávio Bolsonaro, con la moglie e le due figlie. I documenti sono validi, nessuno li ferma. Quaranta minuti dopo salgono su un jet privato, che decolla poco dopo la mezzanotte. Il piano di volo indica Guayaquil, in Ecuador; la meta vera, scrivono i giornali, sono gli Stati Uniti.
Era arrivato primo al primo turno; domenica invece ha prevalso al ballottaggio il presidente uscente Lula. Flávio aveva detto che non avrebbe riconosciuto il risultato, ma che avrebbe guidato l’opposizione; poi era sparito. Proprio martedì avrebbe dovuto consegnare alle autorità il passaporto diplomatico e ogni altro documento straniero, compreso quello italiano, ottenuto nel 2023 dopo aver chiesto la cittadinanza nel 2019. La Corte suprema li aveva annullati tutti, giudicandolo a rischio di fuga nell’ambito di un’inchiesta per riciclaggio. Il rischio, a conti fatti, non era un’ipotesi astratta.


Al centro dell’indagine ci sono i rapporti con Daniel Vorcaro, ex controllore del Banco Master. In primavera alcuni messaggi finiti sui giornali parlavano di circa 12 milioni di dollari destinati a un film sulla vita di Jair Bolsonaro. Gli inquirenti vogliono capire dove sia finito quel denaro, e se una parte abbia mantenuto il fratello Eduardo negli Stati Uniti. Flávio nega ogni irregolarità e sostiene che l’accordo fosse privato e legale. È un indagato, non un condannato. Ma la fuga parla una lingua che i tribunali conoscono bene.
La ricostruzione è ancora confusa. Una telecamera della tv argentina C5N ha ripreso, minuti prima del decollo, un minivan con targa brasiliana e vetri oscurati, scortato secondo il cronista dalla polizia locale; l’autista non ha risposto a nessuna domanda. Per ore la notizia è circolata senza conferme; Buenos Aires ha prima escluso di avere traccia dell’ingresso, poi ha confermato. La Folha de S.Paulo aveva scritto che fosse già a Miami, ma Flightradar24 mostrava il Gulfstream ancora in volo sull’Ecuador. Dove sia adesso, nessuno lo sa con certezza.


Il dipartimento di Stato americano concederà un visto a lui e alla famiglia, autorizzandoli a restare. Secondo la testata verdeoro O Globo il piano era pronto da settimane: regista il fratello Eduardo, già oltreoceano, d’intesa con l’amministrazione Trump e con l’ex conduttore televisivo Paulo Figueiredo. Se è così, non è un gesto disperato, ma una strategia.
Il legame con la Casa Bianca, del resto, era già stato esibito. Il 26 maggio Flávio era stato ricevuto da Trump nello Studio Ovale, insieme a Eduardo e a Figueiredo, con tanto di foto e di maglie della nazionale brasiliana in dono. Lula lo aveva bollato come «traditore», e il vicepresidente Alckmin aveva chiesto spiegazioni: non servivano «due della famiglia contro il Brasile».


E non è la prima volta che un Bolsonaro lascia il Brasile per non affrontarne le conseguenze. Il capostipite lo fece il 30 dicembre 2022, due giorni prima della fine del mandato: volò a Orlando, in Florida, senza partecipare al passaggio di consegne a Lula. L’8 gennaio 2023 migliaia di suoi sostenitori assaltarono il Congresso, il palazzo presidenziale e la Corte suprema a Brasilia; lui era oltreoceano. Tornò solo a fine marzo.
La giustizia lo ha raggiunto dopo. Nell’agosto 2025 la polizia federale ha trovato nel suo telefono un testo in cui chiedeva asilo politico all’Argentina, dicendosi perseguitato e in pericolo di vita; il giudice Alexandre de Moraes lo ha considerato un rischio di fuga. A settembre è arrivata la condanna a 27 anni e 3 mesi per il tentato golpe, a novembre l’arresto.


Poi c’è Eduardo, ex deputato ed ex agente della polizia federale, trasferitosi negli Stati Uniti all’inizio del 2025. A giugno è stato condannato a quattro anni e due mesi per aver cercato di interferire nel processo al padre coinvolgendo le autorità americane. Washington aveva risposto alla condanna di Jair, che Marco Rubio definì una «caccia alle streghe», con dazi del 50 per cento sui prodotti brasiliani e sanzioni contro Moraes. Il mandato d’arresto emesso a ottobre contro Eduardo non può essere eseguito finché resta negli Stati Uniti.
Tre Bolsonaro, un’unica direzione: nord. Il padre che aveva fatto campagna con lo slogan «Brasile al di sopra di tutto, Dio al di sopra di tutti» ha provato la via della Florida e poi quella di Buenos Aires; un figlio vive in America da quasi due anni; l’altro ci arriva di notte, in mezzo a un ponte e a un’inchiesta.


Resta una domanda, che non riguarda solo il Brasile. Quando una famiglia scompare nella notte e a spalancarle la porta è la capitale di un’altra nazione, la questione smette di essere soltanto giudiziaria. È sapere se la politica, per chi perde e per chi è indagato, debba ancora fermarsi davanti alle sentenze, oppure possa varcare un ponte e ricominciare altrove.









