Un sì all’unanimità da parte dell’Assemblea Generale della Cei alla richiesta, avanzata dal Centro Studi Rosario Livatino, di elevare il “giudice martire” a patrono della magistratura italiana. Del giudice, riconosciuto «martire della giustizia e della fede» e beatificato da papa Francesco nel 2021, i vescovi sottolineano «l’esemplarità e l’attualità del suo messaggio». Richiamo anche le parole di papa Leone che di lui ha detto: «Col suo impegno incrollabile per la giustizia, ha testimoniato che la legalità non è un insieme di norme, ma uno stile di vita, e quindi un possibile cammino di santità». Dopo il placet dei Vescovi, la richiesta verrà presentata al Dicastero per le cause dei santi perché proceda a confermare la richiesta. Una scelta che corona il cammino di un uomo che ha fatto della toga un abito di santità.

Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 a soli 38 anni, non era un magistrato qualunque. Sulle sue agende scriveva la sigla S.T.D. (Sub tutela Dei), e cercava di esercitare la sua professione con il massimo della coerenza. «Quando moriremo», diceva, «non ci verrà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili».

Il segretario generale della CEI, monsignor Giuseppe Baturi, nel dare notizia della decisione, ha spiegato che Livatino incarna il giudice «fedele alla legge e alla coscienza, capace di resistere alle pressioni e alle minacce».
Se il Vaticano accoglierà la richiesta, Livatino affiancherà altri patroni del diritto (come San Tommaso Moro, già protettore dei politici e dei giudici). Sarà però la prima volta che un magistrato ucciso dalla criminalità organizzata «in odium fidei», diventa riferimento spirituale per l’intera categoria. Un invito ad amministrare la giustizia senza paura e compromessi. Con gli occhi rivolti a Dio e le mani sulla Costituzione.