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San Giuseppe con in braccio il bambino nella Igreja de São Pedro nel cuore storico di Ponta Delgada, Azzorre
Alcuni anni fa papa Francesco ha proposto alla meditazione della Chiesa e all’attenzione del mondo la figura di san Giuseppe per una specie di «anno di san Giuseppe».
Si è trattato di una sfida coraggiosa, di quelle che piacciono al pontefice, perché san Giuseppe, anche per molti credenti, è una figura da immaginetta: un brav’uomo piuttosto remissivo, e in fondo rinunciatario, privato dei suoi sogni dalla volontà di Dio, che avrebbe imposto il suo disegno su Maria perché aveva un grande piano su Gesù, il Figlio.
Gli spunti che potrei trarre da questo lavoro del Papa sono molti, e vi farò qualche accenno. Qui mi preme anzitutto far valere l’importanza di questa figura per la nostra riflessione sul padre (e più in generale sul genitore).
Nel mettere in risalto le doti di quest’uomo intimamente libero, il Papa, per esempio, gli riconosce la dote di coltivare il silenzio, di cui non avere paura.
Altra dote di Giuseppe, riconosciuta dal Papa, è il vero coraggio, virtù con la quale si contrappone esattamente alla terribile figura di Erode. Coraggio nel quotidiano. Coraggio senza gonfiare il petto e senza alcun bisogno di mostrarsi «superiore agli altri», «dominante», «sprezzante» e tanto meno «violento». Solo un padre così ha l’autorevolezza per educare un figlio non a sottovalutare le grane del mondo e della vita, ma ad affrontarle con forza e con giustizia.
Un padre che sa qual è il suo posto nel mondo, che ha i suoi valori e non vi rinuncia, che non invidia i ricchi e i potenti, che non rimanda la felicità a chissà quale conquista e che non scarica sulle «colpe degli altri» le sue difficoltà e persino, se accadono, i suoi fallimenti.
Un padre che è una montagna, una roccia, un vero adulto.
Molto ricca anche la riflessione San Giuseppe il falegname, cioè il lavoratore. I padri e le madri, oggi più che mai, sono messi alla prova nel trasmettere ai figli il valore e il senso del lavorare: la dignità di questo impegno, la difesa di questo diritto, la giusta considerazione dei cambiamenti rapidissimi che sono in atto in questo settore così importante
della vita.
I genitori che trasmettano ai figli la convinzione che il lavoro sia un inferno, una condanna, e non, per chi ce l’ha, un’opportunità è come se trasmettessero l’idea che la vita stessa da adulti sia un inferno. Chi lo facesse, si assumerebbe una pesante responsabilità nei confronti dei giovani.
Ancora, il Papa attribuisce a san Giuseppe un ruolo decisivo nel nutrire in Gesù il senso della tenerezza del Padre celeste, lo investe della capacità di introdurre il figlio nella sua «rivoluzione della tenerezza. Infatti, il padre è colui che conosce l’arte di essere giusto senza mai perdere la tenerezza: perché, più della colpa del figlio, conta la capacità del genitore di mostrarsene superiore e di continuare a valorizzare il «colpevole» ben più della sua colpa.
Questa è tenerezza, ed è una tenerezza che educa, che rafforza, che fa crescere. I padri di cui abbiamo bisogno sono coloro che permettono ai figli di fare questa esperienza di cui parla il Papa.
Altro elemento: san Giuseppe, dice il Papa, è un «uomo che sogna». Un figlio che ha un genitore che «sogna» ha un cielo sopra la testa, oltre che un tetto.
Infine, Giuseppe è un padre che ha un forte senso della comunità, e sviluppa e trasmette al figlio la percezione di far parte di una famiglia davvero molto grande. Per esempio, il falegname di Nazaret conosce e condivide con Gesù le tradizioni di Israele: le feste, le leggende, il senso delle cose considerate sacre (cercando di mostrarle al figlio nel loro valore e non solo come convenzioni sociali vuote di significato), la parentela, i legami di amicizia e il rispetto per tutti.
Nel capitolo 2 del Vangelo di Luca si racconta che la famiglia di Gesù si reca a Gerusalemme tutti gli anni per la festa di Pasqua. E lo fa, guarda caso,
in un’affollata carovana all’interno della quale i genitori si fidano tanto degli altri adulti… da non accorgersi per un giorno intero che Gesù è rimasto in città!
Genitori socievoli fanno figli socievoli, o quantomeno non timorosi della socialità, con tutte le sue ricchissime opportunità.
*tratto liberamente da Nel nome del Padre, edito Solferino







