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Un esempio, un testimone, un uomo del Vangelo. Papa Leone, nel corso dell’Assemblea diocesana di Roma che dà l’avvio all’anno pastorale, ricorda don Luigi Di Liegro, fondatore e direttore della Caritas di Roma.
Indica come metodo, per il cammino, quello della verifica pastorale. «Verificare, sotto la luce dello Spirito Santo, significa fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto, comprendere ciò che non ha funzionato e cercarne insieme le ragioni. Significa, in una parola, fare verità». Con l’attenzione a «incontrare Cristo e farlo incontrare», «generare comunità», «abitare e servire la città».


Ma poi mette in guardia: «Un metodo, da solo, non ha mai convertito nessuno. Allora, perché ciò che vi ho proposto non resti astratto, vi ricordo anche un volto. Ho infatti approvato con gioia la decisione di compiere i passi necessari perché sia avviata l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di don Luigi Di Liegro, presbitero di questa Chiesa, morto il 12 ottobre 1997». E spiega che «il dono che egli fa al nostro cammino non sta anzitutto nelle opere che ha fatto: Don Luigi, prima di costruire qualunque cosa, ha voluto “vedere”. Nel 1969 commissionò un’indagine sulla religiosità dei romani, perché aveva imparato che non c’è incarnazione del messaggio senza ascolto della realtà. Nel suo ultimo intervento, poche settimane prima di morire, don Luigi disse ai suoi operatori: “Il discernimento è questa domanda: Signore, dove sei?”».
Alla sua diocesi, segnata, come ha spiegato il cardinale Baldo Reina, vicario di sua santità, «da sofferenze e contraddizioni», dove «crescono solitudini e disuguaglianze e molte persone faticano a trovare ascolto, legami e speranza», il Papa chiede di ascoltare anche i lontani dalla Chiesa, le «persone che non la frequentano e vedono le cose, per così, dire “dall'esterno”». Perché «la Chiesa non esiste per sé stessa, ma per condurre ogni persona all'incontro con il Signore; e allora non basta domandarsi se un'attività è ben organizzata, se è partecipata, se dura da molti anni; occorre domandarsi se essa conduce realmente a Cristo, se fa incontrare il Vangelo con la vita concreta delle persone».
Una Chiesa che, insiste il Pontefice, deve essere in grado di ascoltare. «A Roma sono tante le persone che ricominciano ogni mattina, ma anche comunità parrocchiali, associazioni, movimenti, gruppi e realtà ecclesiali che lavorano con generosità nell'evangelizzazione, nella carità, nel servizio alla preghiera liturgica». E i sacerdoti non devono tanto chiedersi «“che cosa” fare, ma piuttosto “chi” e “come” incontrare». Perché nelle nostre comunità si può rimanere anonimi, invisibili e incompresi, oppure essere visti, conosciuti e chiamati per nome. E chi incontra davvero Cristo, come Maria di Magdala, sente riempirsi il cuore e allora non può restare fermo, corre e va ad annunciare non un ricordo, non un fatto privato, ma una gioia profonda che genera comunità».
Nella diocesi del Papa, però, non si riparte da zero: «Nulla di quanto abbiamo vissuto va archiviato. Il lavoro sulle 'malattie spirituali' ci ha insegnato a riconoscere ciò che, nella nostra vita ecclesiale, chiede di essere curato, corretto o convertito. Il Cammino Sinodale ci ha insegnato come ascoltare e discernere insieme, corresponsabili dell'unica missione», sottolinea Leone.
Il Papa chiede una «Chiesa solidale con il destino di questa città, a contatto con le sue ferite, le sue attese e le sue trasformazioni». E per questo, dopo aver detto grazie ai suoi sacerdoti, chiede loro di «non portare le fatiche da soli. E vi dico con chiarezza che l’arte della verifica pastorale non vi chiede di fare di più: vi dà, anzi, il permesso di fare meno e meglio. Se la verifica pastorale diventasse un’ulteriore incombenza sulle vostre spalle, ne avremmo tradito il senso».
Dice ai sacerdoti che «il prete dovrebbe essere un uomo che ascolta prima di rispondere, che discerne prima di decidere. Una persona che resta davanti al Signore, perché non può condurre altri a un incontro che non sta vivendo. La domanda del “perché?” è anzitutto una sua domanda personale: perché sono prete? Corrisponde ancora, la mia giornata, al motivo per cui il Signore mi ha chiamato per nome? Il prete non concentra in sé ogni responsabilità. Riconosce i carismi, forma le coscienze, rende possibile la corresponsabilità dei laici: non per mancanza di forze, ma per fedeltà alla natura della Chiesa. Una comunità nella quale tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, e presiedere non significa fare tutto. Significa generare comunione, valorizzare le energie degli altri, collegare persone e realtà, custodire l’unità». E ancora chiarisce che «il prete si inserisce e desidera appartenere a una comunità capace di leggere il proprio quartiere, di condividerne le ferite e le speranze, responsabile della vita di tutti, anche di chi non varca la soglia della chiesa. Questa è la forma che la carità assume nella presidenza pastorale, ed è ciò che impedisce a una parrocchia di ripiegarsi nell’autoconservazione».
Poi sottolinea l’importanza del presbiterio, che non è una somma di sacerdoti «che si incontrano per necessità organizzative: è una fraternità, ed è il primo luogo in cui verificare se ciò che facciamo genera davvero comunione». Richiama l’importanza dei diaconi che «ricordano a tutta la Chiesa che essa esiste per servire», quella dei «religiosi e delle religiose» che, «con la gratuità delle loro vite, ricordano a Roma che nessuna efficienza salva l’uomo e che il primato spetta a Dio».
Un pensiero poi lo dedica ai seminaristi e chiede loro di lasciarsi formare «sia dai libri, che sono necessari per incontrare i buoni maestri, sia dai volti: dai poveri, dai malati, dalla gente delle nostre parrocchie».
A tutti, infine, chiede di lasciarsi ispirare da «Maria di Magdala, che ha dovuto lasciare andare il desiderio di trattenere il Signore per correre, invece, ad annunciarlo. Da questo discernimento pastorale nascerà, lo spero, una fase di condivisione delle esperienze rinnovate e poi la costruzione di un cammino comune che ci prepari, insieme, al Giubileo della Redenzione del 2033». E allora, conclude, «non temete di lasciarvi ancora chiamare per nome! Il Signore vivo si lascia incontrare da chi, come Maria all’alba di Pasqua, ha ancora il coraggio di cercarlo, anche in lacrime, anche nel buio. Vi accompagni la Madre di Dio, Salus Populi Romani, che per prima ha creduto e ha generato Cristo al mondo».




