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Una scelta di vita arrivata dopo un momento doloroso. Un trapianto di fegato, poche speranze di sopravvivere. Poi quella «seconda vita» che fa dire ad Angelo, «ancora quando era ricoverato a Pisa: “Se il Signore mi ha dato questi altri giorni è perché è un dono che dobbiamo fare ad altri, dobbiamo occuparci di altri figli”». Nicoletta Barbato racconta, con il sorriso negli occhi, «la chiamata». Erano passati pochi mesi dal ritorno a casa e loro, che fanno parte della fraternità di Emmaus ricevono la richiesta di occuparsi di una casa famiglia a Pompei. Da Poggio Marino tutta la famiglia, genitori e i due figli Arianna ed Emilio, che ora lavora a Pavia, si trasferiscono di abitazione. «Avevamo appena finito di ristrutturare la nostra casa, ma non abbiamo avuto dubbi nel lasciare tutto e andare a soccorrere questi bambini che avevano bisogno di noi». Al Centro per il bambino e la famiglia Giovanni Paolo II trovano dei piccoli, dagli zero ai tre anni, che hanno bisogno del calore di una famiglia in attesa di ricucire lo strappo con la famiglia d’origine o di venire adottati da qualcun altro se le condizioni non sono risanabili.
«Sono bambini che hanno bisogno di essere accuditi da una famiglia. Attualmente ne abbiamo tre. La casa ne potrebbe ospitare fino a otto, ma cerchiamo di non aumentare il numero in modo da avere il tempo necessario per ciascuno. Naturalmente non facciamo tutto da soli, ma ci sono anche le educatrici. Sia io che mio marito abbiamo mantenuto i nostri lavori e siamo presenti proprio per offrire quella stabilità di cui hanno bisogno. E poi incontriamo anche i loro genitori. Nei loro occhi vediamo quanto desiderino ricongiungersi nonostante abbiano la sospensione della patria potestà. Sono incontri, naturalmente, protetti sperando che si possano risolvere i problemi che hanno portato all’affido. In passato un bambino è effettivamente ritornato dai suoi genitori mentre per altri c’è stata l’adozione. Dal Papa una delle famiglie adottive sarà con noi al momento dell’incontro».
Un impegno, che Nicoletta non vuole chiamare né lavoro né volontariato. «Siamo semplicemente famiglia per il tempo che occorre ad affrontare la fragilità dei loro genitori. Ce ne prendiamo cura in questo tempo di passaggio. E con noi è importante la presenza delle educatrici. Ricordo, per esempio, una bambina che era arrivata come spenta. Non era mai stata presa in braccio, non era mai stata stimolata. Adesso è un vulcano, molto vivace».
Dal Papa sono già stati, «e l’ho fatta benedire», in piazza san Pietro, alla beatificazione di Bartolo Longo. «E adesso è un’altra grazia averlo qui. I bambini più grandi lo aspettano. Sono pronti a “battere il cinque” con lui».
All’incontro si sono preparati «anzitutto con la preghiera. Abbiamo tanto desiderato questa benedizione del Papa». Stare vicino al santuario «per noi è un privilegio. Non dico che la fatica non si sente, perché fare le notti per un neonato a 51 anni non è facile, ma ci sentiamo parte di quel progetto d’amore di Bartolo Longo, stiamo continuando, seppur in minima parte, a continuare il suo sogno».




