PHOTO
L’imposizione dei palli agli arcivescovi nominati nel corso dell’anno. La solennità di San Pietro e Paolo, celebrata nella basilica vaticana, prevede sia la benedizione sia la consegna del tradizionale paramento liturgico tessuto con la lana di due agnellini benedetti il giorno di Sant’Agnese (21 gennaio) e decorata con piccole croci nere a simboleggiare il buon pastore che si prende cura del gregge e cerca la pecorella smarrita. «Un rito antico e suggestivo», quello della consegna dei palli, che esprime «l’impegno di ogni Pastore – ma anche di ogni cristiano – a prendere sulle proprie spalle i fratelli e le sorelle che gli sono affidati, come altrettanti agnelli del gregge del Signore, e a sacrificare per loro energie, tempo, fatica, e anche la vita, perché a tutti giunga il Vangelo e il mondo intero trovi in esso armonia e concordia».


Come successore di Pietro, papa Leone, nell’omelia, ricorda anche che l’apostolo fu scelto come «pastore del suo gregge», mentre Paolo è «l’apostolo delle genti. In loro veneriamo due colonne della Chiesa».
Alla vigilia dell’annunciata nomina da parte della comunità san Pio X di nuovi vescovi senza l’approvazione del Papa (e dunque di uno scisma), il Pontefice sottolinea, invece, il valore dell’unità. «Pietro, custode del Popolo di Dio, molte volte nel Nuovo Testamento ci appare impegnato a conservare la comunione tra i fratelli», dice subito. Lo ricorda mentre, sul Lago di Galilea, getta le reti in mare sulla parola del Maestro portando gli altri con sé. E di nuovo tiene uniti gli undici dopo che molti vanno via per il duro discorso di Gesù sul Pane di vita. E a Cesarea è ancora Pietro che riconosce in Gesù il Figlio di Dio. Ed è lui che, sulle rive del lago, si getta in acque per raggiungere Cristo e farsi confermare nella sua missione.
Una missione, spiega Leone, alla quale rimane fedele anche quando, «ad esempio, a Gerusalemme, la questione dell’ammissione al Battesimo dei pagani non circoncisi rischia di spaccare la comunità. Egli riunisce i fratelli, li ascolta e alla fine, guidato dallo Spirito Santo, prende la decisione, conservando la comunione e inaugurando una stagione nuova per l’intero Popolo di Dio: “Crediamo – afferma – che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati […] come loro”».
Questo non significa che Pietro sia perfetto. Anzi. Rinnega per tre volte Gesù durante la sua passione. E lo stesso Paolo «gli rimprovera l’incoerenza di alcuni suoi comportamenti». Pietro, però, sa riconoscere i propri errori e ravvedersi, «senza scoraggiarsi e senza venir meno alla missione di annunciare il Vangelo e radunare il gregge di Cristo, fino al martirio, che subisce proprio qui, a Roma, non lontano dal luogo in cui ci troviamo».
L’unità, spiega il Pontefice, è «ben espressa dal simbolo delle chiavi, con cui spesso lo identifichiamo». Le chiavi, infatti, non abbattono le porte, ma le aprono e le chiudono, «ricercando al loro interno le leve giuste e accompagnandone i movimenti, perché i blocchi si sciolgano, i paletti scorrano e i battenti ruotino liberamente sui cardini, unendo gli ambienti e facendo di tante stanze isolate un’unica casa accogliente. Allo stesso modo la comunione, nella Chiesa, non si costruisce irrigidendosi sulle proprie posizioni, ma ricercando, nei cuori di tutti, i punti di incontro nella Verità, alla cui sola luce ciascuno diventa per l’altro strumento di crescita».
Questo è il compito affidato a Pietro e ai suoi successori, insiste Leone. Un compito «a beneficio di tutto il Popolo santo di Dio: ascoltare, con il suo aiuto, le voci di ciascuno, discernere le ispirazioni, condurre i cammini, correggere gli errori, istruire, incoraggiare, esortare e accompagnare i fratelli affinché, docili all’azione del medesimo Spirito, cooperino alla salvezza gli uni degli altri e dell’intera umanità». L’esempio di Pietro non vale solo per i Papi, ma è «un invito anche per ogni cristiano a farsi costruttore di unità, mettendo Dio al centro della propria esistenza e rendendosi vicino ai fratelli, attento alle loro vicende e ai loro bisogni, per vivere con loro nella carità e così “portare a compimento l’annuncio del Vangelo”».
È lo stesso insegnamento anche di san Paolo, «annunciatore instancabile della Buona Notizia». I suoi simboli sono il libro e la spada, che significano, come spiega lui stesso nella Lettera agli ebrei che «”la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio”, capace di penetrare “fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito” e di discernere “i sentimenti e i pensieri del cuore”».
«È ciò che Dio ha operato nel cuore del giovane Saulo, conquistandolo e portandolo prima a convertirsi al Vangelo, assumendo un nome nuovo, poi ad annunciarlo in tutto il mondo e infine a testimoniarlo, come Pietro, in questa stessa città, fino al dono della vita», dice il Pontefice. «L’Apostolo delle genti si è lasciato trasformare dalla potenza della Parola di Dio, che lo ha sottratto alla violenza per condurlo sulla via dell’amore».
Di questa conversione, sant’Agostino diceva che «mentre andava [a Damasco] con il cuore fremente di minacce e di stragi, fu chiamato per nome e gettato a terra dalla voce celeste, cioè dal Verbo che lo chiamava». E aggiungeva: «Dio prese il persecutore della Chiesa e ne fece un messaggero di pace. Gli perdonò tutti i peccati e lo collocò in un ministero dove egli avrebbe potuto perdonare i peccati altrui».
Guardando a San Pietro e a San Paolo, allora anche noi possiamo capire «come essere a nostra volta apostoli e costruttori di unità, servitori generosi della verità nella carità».
Infine, sempre guardando all’unità, Leone saluta la delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, «inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Emmanuel Adamakis, Metropolita di Calcedonia» e chiede di pregare «i Santi Pietro e Paolo, perché ci sostengano nel cammino della comunione sulle orme del Salvatore. È la strada che Lui ha tracciato, ciò per cui ha pregato il Padre nell’ultima Cena, la meta alla quale ci ha insegnato ad anelare con fiduciosa speranza».






