Quando la temperatura sale oltre i 30 gradi e la casa diventa un forno, non tutti hanno la stessa capacità di adattamento. Per i ricchi, il climatizzatore è una questione di comfort. Per i poveri, è una questione di sopravvivenza. Questo è il punto di partenza di un fenomeno che gli studiosi hanno iniziato a chiamare con un termine preciso e un po' freddo: cooling poverty.

È una povertà nuova, emersa al crocevia tra crisi climatica e ineguaglianza sociale. Non parla di mancanza di pane o di casa, riguarda, paradossalmente, il diritto di non soffrire dal caldo in casa propria. Uno studio recente del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), pubblicato sul Journal of Environmental Economics and Management, ha provato a misurare l'ampiezza di questa frattura con dati che tolgono il fiato: le famiglie più povere del pianeta spendono fino all'8% del loro intero bilancio mensile per l'elettricità necessaria a farsi soffiare aria fresca, mentre le famiglie benestanti ne spendono tra lo 0,2% e il 2,5%. È una disparità enorme, che rivela come il riscaldamento globale non colpisce tutti allo stesso modo.

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Caseggiato periferico, un'isola di calore in verticale (ANSA)

Il fondamento di questa ricerca è una domanda semplice ma sconcertante: quanta energia consuma davvero un condizionatore? La risposta è che aumenta il consumo medio di elettricità domestica del 36%, con punte fino al 57% in certe condizioni. Moltiplicato per miliardi di persone, e per un pianeta che si sta scaldando, significa una marea di emissioni di CO2 aggiuntive. Il CMCC stima che entro il 2050 la domanda globale di elettricità per il raffreddamento residenziale potrebbe raggiungere quasi 1.400 terawattora all'anno—una cifra paragonabile all'intero consumo elettrico dell'India nel 2020. Tutto questo genererebbe tra i 124 e i 177 miliardi di dollari di costi economici e tra 670 e 956 megatonnellate di CO2 aggiuntive: più dell'intera impronta di carbonio della Francia.

Ma il vero dramma non sta nelle cifre aggregate. Sta nelle storie di chi vive in una casa dove la finestra non apre bene, dove i muri sono sottili come carta, dove l'aria viziata rimane intrappolata. Anziani che non possono accendere il condizionatore perché la bolletta li manderebbe in bancarotta. Bambini che dormono male, sudati, incapaci di riposare. Malati cronici per i quali il caldo estremo è una minaccia diretta. Madri single in appartamenti popolari delle periferie delle grandi città, dove le temperature superano i 30 gradi per settimane intere e il verde pubblico è quasi assente.

In Italia, che non è l'Africa ma neanche la Scandinavia, il fenomeno è già visibile. Circa 9 milioni di persone vivono in condizione di povertà energetica, un termine che prima significava principalmente "non poter riscaldare la casa d'inverno". Ora deve allargarsi per includere chi non può raffrescarla d'estate. Il consumo aggiuntivo di energia per chi usa il condizionatore nel nostro paese è inferiore rispetto a paesi più caldi, intorno al 10%, ma questo non significa che il problema sia minore. Significa solo che molti ancora non hanno i mezzi per comperare un climatizzatore, punto.

La ricerca del CMCC rivela anche una geografia della disuguaglianza interessante. Nei paesi africani, meno del 15% della popolazione ha accesso all'aria condizionata. In India, solo in poche zone urbane la penetrazione supera il 20%. Nei paesi ricchi, è quasi ubiqua. Ma ci sono gradazioni: negli Stati Uniti, in Cina, in Brasile, le famiglie benestanti consumano tra i 1.033 e i 1.436 chilowattora all'anno per il raffreddamento, oltre il doppio dei nuclei più poveri. Le famiglie ricche comprano frigoriferi e televisori tre volte più dei condizionatori, e li comprano efficienti, ciò che riduce i consumi per unità. Ma il numero di unità è talmente più alto che il consumo totale rimane astronomico.

Qual è il problema di fondo? Non è che il caldo sia diventato improvvisamente una novità. È che il caldo è diventato intollerabile, e chi non ha risorse rimane intrappolato in case che diventano invivibili. L'Organizzazione Mondiale della Sanità considera 24-26 gradi centigradi la soglia accettabile di benessere termico in estate. Molte abitazioni popolari, costruite quarant'anni fa senza isolamento termico adeguato, superano i 30 gradi per giorni interi quando le temperature esterne toccano i 38-40. L'organismo umano non è una macchina termica, non tollera impunemente questo scarto prolungato.

La ricerca dell'estate 2022 ha contato oltre 60mila morti da caldo in Europa. Non erano tutti anziani soli. Alcuni erano persone in condizioni di marginalità, senza casa o con case inospitali. Altri vivevano in quartieri dove il cemento assorbe e riemette il calore come una fornace. Altre ancora non potevano permettersi di stare in un luogo climatizzato durante le ore più calde della giornata.

È qui che alcuni comuni italiani hanno iniziato a reagire, con un'idea che suona semplice ma richiede una progettualità enorme: i rifugi climatici. Spazi pubblici, biblioteche, musei, scuole, centri civici, piscine, chiese, dove chiunque può entrare gratuitamente per stare al fresco durante le ondate di calore. Milano ne ha mappati oltre 600. Bologna ha sviluppato un'app che segnala in tempo reale quali spazi sono aperti e climatizzati. Torino, Roma, Napoli stanno costruendo reti simili, spesso con servizi aggiuntivi: distribuzione di acqua, kit estivi, monitoraggio dei più vulnerabili.

Ancora molti "cooling spaces" non sono veramente accessibili a chi ne ha più bisogno. Gli ospedali stessi presentano squilibri: mentre le terapie intensive hanno l'aria condizionata, nei reparti di geriatria, spesso no. Significa che proprio i pazienti più vulnerabili subiscono il caldo. E l'accesso a incentivi pubblici per climatizzatori efficienti rimane inferiore rispetto a quello privato.

Dietro tutto questo, c'è una questione politica più grande. L'Unione Europea ha creato il Fondo Sociale per il Clima, uno strumento da 9,3 miliardi di euro destinato all'Italia per finanziare l'accesso equo alla transizione energetica, incluso il raffreddamento sostenibile. Il Piano Sociale per il Clima italiano avrebbe dovuto essere presentato a Bruxelles già mesi fa. Invece, rimane fermo, avvolto dal silenzio, senza trasparenza pubblica né coinvolgimento della società civile. È un ritardo inaccettabile, come dicono le organizzazioni ambientaliste e sociali che hanno lanciato l'allarme. Perché il rischio reale è che queste risorse vengano usate male, per misure ordinarie di amministrazione, piuttosto che per interventi strutturali che affrontino la povertà energetica da caldo in modo duraturo.

I centri cittadini più spesso delle periferie alberati e con fontane e fontanelle ogni poche centinaia di metri

Le soluzioni, comunque, esistono. Non si tratta solo di condizionatori. Il raffrescamento passivo, ventilare al mattino presto, schermare le finestre con tende termoriflettenti, usare ventilatori tradizionali, intonaci specifici, riduca drasticamente la necessità di energia. L'architettura bioclimatica, pensata secondo orientamento solare e flussi d'aria naturali, consente riduzioni anche del 50% nei consumi. Il verde urbano abbassa le temperature di interi quartieri. Pavimentazioni e tetti bianchi assorbono meno calore rispetto a quelli scuri. Persino le schermature a griglia, soluzioni tradizionali usate da secoli in Spagna e Nord Africa, creano una ventilazione naturale che trasforma uno spazio in serra in un microclima vivibile.

Legambiente ha lanciato nel 2024 una campagna nazionale dal titolo provocatorio: Che caldo che fa! L'obiettivo è trasformare il raffreddamento da beneficio privato a diritto pubblico. Come il riscaldamento d'inverno, anche il raffreddamento d'estate deve diventare una priorità sociale. L'associazione chiede ai governi locali e nazionale di includere nei Piani Energia e Clima azioni concrete contro la cooling poverty: incentivi per tecnologie efficienti, comunità energetiche solidali, edilizia sostenibile negli insediamenti popolari, riduzione delle isole di calore urbano.

Il fotovoltaico, infine, emerge come uno strumento promettente. Uno studio citato dalla ricerca del CMCC mostra come le famiglie che vivono in aree con alta generazione fotovoltaica consumano il 25% di meno per il raffreddamento. In una provincia italiana, con impianti solari, il consumo è crollato del 68% rispetto al periodo precedente l'installazione. Significa che non è solo una questione di tecnologia, ma di tempistica: raffreddare le case durante il giorno con il sole stesso che genera il caldo è una simmetria quasi poetica.

La cooling poverty, in fondo, è uno specchio della nostra epoca. Rivela come la crisi climatica amplifica le disuguaglianze anziché risolverle. Il caldo non è democratico, colpisce i ricchi con un disagio e i poveri con una minaccia alla salute. La transizione ecologica che non affronta questa frattura non è veramente una transizione. È una resa.