La partecipazione dei fedeli alla liturgia non può essere passiva e le celebrazioni della Chiesa non devono limitarsi ad «azioni private», bensì celebrare il «sacramento dell’unità». È stato il messaggio centrale dell’ultima catechesi di papa Leone XIV sulla Sacrosanctum Concilium, la Costituzione sulla sacra liturgia promulgata da Paolo VI nel 1963 e primo documento del Concilio Vaticano II. Da giugno, il Pontefice sta dedicando le udienze generali del mercoledì ai principali documenti conciliari, approfondendone il valore per la Chiesa di oggi.

Richiamando la terza Lettera dal Concilio che il cardinale Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano, inviò ai fedeli il 28 ottobre 1962, Leone XIV si è soffermato sulle ragioni che spinsero i Padri conciliari a promuovere la riforma liturgica. «La liturgia», scriveva il futuro Paolo VI, «è espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo d’insegnamento divino da un lato, è voce di colloquio con Dio. È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità».

Di conseguenza, aggiungeva Montini, i fedeli «non possono e non devono più rimanere muti e passivi. La loro materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza». Un richiamo che riecheggia il n. 48 della Costituzione conciliare: «La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene mediante i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente».

Leone XIV ha evidenziato che la liturgia, «essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti». Da qui la scelta del Concilio Vaticano II che, «con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile», ritenne necessaria una revisione dei libri liturgici. Risale già all’enciclica Mediator Dei di Pio XII, ha ricordato il Papa, la distinzione tra «elementi divini, immutabili, ed elementi umani», suscettibili di modifiche qualora, come afferma il n. 21 della Sacrosanctum Concilium, «si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti all’intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee».

Il desiderio di una «riforma generale», ha aggiunto Leone XIV, non «nasceva all’improvviso», ma affondava le sue radici negli interventi dei Pontefici del XX secolo: dalla Costituzione apostolica Divini cultus di Pio XI, alla riforma dei riti della Settimana Santa voluta da Pio XII, fino al Motu proprio Rubricarum instructum di san Giovanni XXIII per la semplificazione delle rubriche del Breviario e del Messale.

La riforma promossa dal Concilio Vaticano II si inserisce dunque nel solco della tradizione vivente della Chiesa. «La sua retta comprensione», ha avvertito il Papa, «permette anche di rigettare gli abusi che si sono verificati in alcuni settori della Chiesa nella stagione postconciliare, e che purtroppo talora ancor oggi si verificano, assolutizzando o mal comprendendo alcuni dei principi che stavano alla base della riforma stessa». A questo proposito, le celebrazioni ecclesiali non possono ridursi ad «azioni private», ma sono chiamate a celebrare il «sacramento dell’unità». Per questo vescovi e sacerdoti devono «custodire e promuovere una liturgia che, nel rispetto delle norme liturgiche, risplenda per nobile semplicità e manifesti così la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica».

Al termine dell’udienza, Leone XIV ha salutato, tra gli altri, i cresimati della diocesi di Chiavari, invitandoli a non «tenere nascosto» il tesoro ricevuto, ma a farlo «risplendere ogni giorno»; i pellegrini francofoni, in particolare quelli del pellegrinaggio interdiocesano del Senegal; e quelli di lingua spagnola, ricordando santa Teresa di Gesù Jornet e Ibars, patrona della terza età, e invitando a pregare per gli anziani e per quanti se ne prendono cura.

Ai polacchi ha invece rivolto un pensiero per il rinnovo dei «Voti di Jasna Góra della Nazione Polacca», redatti dal cardinale Stefan Wyszyński durante la prigionia. Infine, richiamando la memoria liturgica di santa Monica e sant’Agostino, che ricorre nei prossimi giorni, ha auspicato che il loro esempio susciti in tutti «una ricerca sincera e appassionata della Verità evangelica», da testimoniare con gioia nella vita quotidiana.