C'è una frase, nelle prime pagine di Magnifica Humanitas, che fatico a leggere come un'astrazione teologica. Leone XIV scrive che la torre di Babele è l'opera di chi pretende «un linguaggio unico, anche digitale, capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni». Fondazione Carolina lavora da sempre dentro questo scarto. Tra la persona e la sua trascrizione algoritmica. Tra i ragazzo che incontriamo al Centro Re.Te. e il profilo che lo precede sui social.

La prima enciclica sociale di Leone XIV sceglie l'intelligenza artificiale come res nova del nostro tempo, eppure non tratta solo di tecnologia. Parla di “custodia”. Parla del fatto che, oggi, ciò che chiamiamo "essere connessi" non basta, e probabilmente non è mai bastato. È la distinzione che da anni proviamo a portare nelle scuole, nelle famiglie, nei tavoli istituzionali. Il collegamento non è più relazione, ma passa a questione tecnica, indefinita e istantanea. Un corto circuito che sta producendo una generazione di adolescenti iperconnessi, ma radicalmente soli.

La connessione è altro. È il tra di cui parlava Martin Buber, è quello spazio fragile in cui due volti si riconoscono. Magnifica Humanitas dice, con il linguaggio della Dottrina sociale, esattamente questo.

Le due icone bibliche che il Papa propone hanno una forza pedagogica disarmante. Babele è la pretesa di realizzare se stessi attraverso la potenza, l'uniformità, l'efficienza, mentre il prossimo viene ridotto a mezzo. Neemia, invece, è l'uomo che torna sulle rovine di Gerusalemme, esamina in silenzio i luoghi distrutti e non impone soluzioni dall'alto. Convoca le famiglie, ascolta le paure, assegna a ciascuno un tratto di muro. Mi colpisce che il Papa scelga proprio lui; non Mosè, non Davide, non un patriarca fondatore. Neemia è un funzionario in esilio che chiede un permesso per fare ritorna a casa. Non cede agli eroismi, la sua è una paziente regia. È un'immagine cui ogni educatore dovrebbe ispirarsi. Osservare, comprendere, interagire e quindi incidere. Il percorso di crescita dei nostri figli non prevede scorciatoie, tantomeno artificiali.

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Per chi si occupa di adolescenza e ambienti online, alcuni passaggi dell'enciclica risuonano in modo particolare. Il capitolo quarto dedica una sezione esplicita all'alleanza educativa per l'era digitale e alla centralità della scuola. È il riconoscimento magisteriale di qualcosa che proviamo a dire da tempo. La transizione artificiale non si controlla con la sola regolazione, pur necessaria. Si governa con un patto adulto. Famiglia, scuola, comunità, istituzioni e piattaforme. È il presupposto del lavoro che portiamo avanti ogni giorno nelle scuole di tutta Italia, in mezzo ai ragazzi e a servizio delle famiglie.

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C'è poi il passaggio in cui Leone XIV parla della verità come bene comune e del suo nesso ineludibile con la democrazia. La ricerca Cuori e Algoritmi, che abbiamo presentato al Safer Internet Day 2026, organizzato con Famiglia Cristiana e Cisf, ha fotografato qualcosa da tempo al centro del nostro osservatorio. Una porzione crescente di adolescenti italiani delega a un chatbot emotivo pezzi significativi del proprio mondo interiore. Quando il primo interlocutore affettivo di un quattordicenne è un sistema progettato per massimizzare l'ingaggio, non si erode soltanto la relazione. Si perde la capacità di distinguere il vero dal verosimile, l'altro da sé dalla sua simulazione, la presenza reale dall'allucinazione conversazionale. L'enciclica chiama questo scivolamento "sindrome di Babele". Noi lo incontriamo, in forma clinica, nei colloqui al Centro Re.Te. dove, in un solo anno, abbiamo lavorato per il recupero terapeutico di 55 ragazze e ragazzi dai fenomeni che attengono al disagio, alle devianze digitali e alla violenza.

C'è infine una sezione, intitolata "Custodire la libertà contro dipendenza e mercificazione", che si chiude su un'espressione di grande impatto. "Spezzare le catene delle nuove schiavitù". Qui il Papa non parla in astratto.

Da mesi lavoriamo sui bot Telegram che generano deepnude di minori, sulle piattaforme che monetizzano la dipendenza affettiva di adolescenti, sulle architetture pensate per catturare l'attenzione di chi non ha ancora gli strumenti per difendersi. Il Santo Padre è chiarissimo: le nuove schiavitù non sono una metafora. Sono un'industria. E l'enciclica chiede di guardare in faccia la realtà dei fatti. "I principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti Stati". È una frase che vale, da sola, una stagione di dibattito pubblico italiano.

Vorrei chiudere su un punto che mi sta particolarmente a cuore. Leone XIV insiste su un'antropologia che non riduce la persona alla sua performance. Lo dice con parole molto nette. È "particolarmente insidiosa" l'ideologia che attribuisce maggior pregio a chi è più efficiente, perché finisce per trattare la persona come "mezzo per ottenere risultati". Viviamo dentro una società che chiede continuamente di affermarsi, posizionarsi, di ottimizzare se stessi a beneficio di uno sguardo che spesso è privo di orizzonti. È quello che notiamo nelle stanze in cui riceviamo giovani e preadolescenti. E la Dottrina sociale, oggi, ci sta restituendo proprio questa esigenza: una persona che vale prima di ogni metrica.

Fondazione Carolina è esattamente questo. Una grande operazione di ricostruzione paziente del tessuto educativo intorno ai ragazzi che ne hanno più bisogno. Non è un lavoro che si compie. È una missione che trova senso solo nel suo costante rinnovamento. Un tratto di muro alla volta.

* Ivano Zoppi, Segretario generale di Fondazione Carolina