Da 12 mesi la storia di cura di Fondazione Carolina si è arricchita di un nuovo capitolo che i membri della fondazione stanno scrivendo insieme a molti ragazzi: il progetto del Centro Re.Te. l’idea originaria dietro il Centro era quella di aiutare i ragazzi nella cura della dipendenza da tecnologia. Tuttavia, durante il percorso, Ivano Zoppi -Segretario Generale Fondazione Carolina- e tutti coloro che rappresentano le travi portanti del progetto, si sono resi conto che l’abuso del digitale (presente nel 90% dei casi), non rappresenta la causa del malessere, ma un sintomo di disagi più profondi. Se l’iper-utilizzo di Internet simboleggia la punta dell’iceberg, ansia sociale, sintomi depressivi, rischio di ritiro scolastico e Hikikomori sono tutti sintomi di un disagio molto più profondo.

Al Centro non si segue uno spartito delineato. Il modello infatti integra psicologia ed educazione, discipline che si mescolano nel processo di cambiamento di un adolescente in difficoltà. L’idea, come spiega Ivano Zoppi, nasce da una convinzione: quella che «non esiste cura senza relazione e non esiste relazione senza la disponibilità a stare nella complessità dell’altro». Per qualsiasi organizzazione che si occupa di cura (sostituisci con sinonimo) un momento di svolta è rappresentato da quando la parola si trasforma in luogo. Per Fondazione Carolina questo momento è rappresentato dall’apertura del Centro Re.Te.

La scommessa della fondazione di Paolo Picchio si basa su due pilastri: la gratuità delle cure e il dialogo tra psicologia ed educazione. Non è stato facile trovare l'equilibrio tra i tempi della clinica e quelli dell'intervento educativo, ma è proprio in questo "incrocio" che i professionisti della fondazione trovano la risposta su misura per ogni ragazzo.

Tutto ciò che c'è da sapere se si vuole sostenere il Centro

Questo incrocio disciplinare si traduce in quello che Marco Bernardi -psicologo, psicoterapeuta e formatore- definisce un vero e proprio «ecosistema di cura». In un periodo storico in cui il disagio distrugge l’identità dei giovani più fragili, la risposta del Centro è una presa in carico totale. «L'integrazione tra supporto psicologico ed educativo è già di per sé una cura — spiega Bernardi — perché offre ai ragazzi un ambiente che contrasta la loro frammentazione interiore».

Società e valori

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Il bilancio di questo primo anno parla di una scommessa vinta: 55 famiglie accolte, con 37 percorsi attivi al momento. Tra questi, il risultato più notevole riguarda i casi di ritiro sociale totale. Per gli Hikikomori infatti, il Centro Re.Te ha adottato una strategia che si è rivelata assolutamente vincente. Non si aspetta il ragazzo in studio, ma è l’educatore stesso a recarsi a casa sua. Dopo 6-7 mesi dall’inizio del percorso di cura, i primi risultati (i più significativi) sono sotto gli occhi di tutti: l’adolescente in difficoltà torna a frequentare il Centro uscendo di casa, e a riappropriarsi della propria socialità.

Un momento dell'incontro con (da sinistra) Marco Bernardi, Paolo Picchio e Ivano Zoppi

L'efficacia del percorso non si misura però solo nel ritorno alla vita sociale, ma nel raggiungimento di una nuova e profonda consapevolezza di sé. Il culmine di questo cammino è rappresentato da una metodologia che ribalta completamente il ruolo dell’adolescente: non più "paziente" passivo, ma soggetto attivo capace di incidere sul mondo. È quello che l'equipe definisce il momento della restituzione, come spiega Bernardi: «Abbiamo una parte che è davvero la più innovativa, la più difficile da gestire, ma quella che dà risultati straordinari: il supporto educativo in espressione. I nostri ragazzi vengono coinvolti in attività sul territorio che permettono loro di curare altre persone. Il processo di cura, infatti, si compie solo quando tu puoi iniziare a dare cura a qualcun altro; questo passaggio è potentissimo. Tu passi dall'essere il "problema della società" — quello che non va a scuola e di cui non sappiamo cosa fare — a diventare una risorsa per qualcun altro. Magari hai l'ansia e sei depresso, ma sei bravo in matematica: allora vai in un doposcuola e aiuti i bambini con i compiti. In quel momento diventi una risorsa».

Dietro i grafici e le tabelle batte però un cuore che ha radici in un passato doloroso. Per Paolo Picchio, papà di Carolina, l'apertura di questo spazio rappresenta la chiusura di un cerchio. «Entrare qui mi ha fatto sentire a casa. Mia figlia avrebbe voluto fare la psicologa. Dodici anni fa la sua stanza era vuota; oggi, quel vuoto è stato riempito dalla vita di tanti ragazzi».