«I lavori non sono finiti e il Papa viene a benedire un cammino e ad accompagnarci nel percorso». Chiara Curti, 53 anni, architetta, storica e collaboratrice della Sagrada Familia, spiega che «la Torre di Gesù Cristo, quella che inaugura il Pontefice, è la più alta ed è un segno per riunire la cristianità e per camminare, con il cuore attratto verso il cielo, nella storia della salvezza». Andare a Barcellona nel centenario di Gaudí «è un grande regalo di Leone XIV. Mette l’accento sul fatto che una persona – nel suo lavoro, nella sua vita, nella contemporaneità – può ancora essere santa». Non ama la parola «finita», l’autrice di Gaudí vivo (edizioni Ares), «perché ha in sé qualcosa di negativo. La si usa per dire di un amore che non c’è più, di una vita che si spegne. La Sagrada Familia, invece, è il luogo della speranza. Quando Gaudí riceve una ingente donazione che poteva servire per costruire tutta la chiesa, decide, invece, di investirla nella costruzione di una sola facciata. Perché voleva costruire qualcosa di vivo che aprisse, come dicevo, alla speranza e la speranza non finisce mai».

ufficio stampa sagrada familia

Nel costruire l’opera Gaudí «non se ne sente mai padrone, ma custode. Un po’ come il giardiniere che, come fece il primo testimone della resurrezione, parla di Cristo al mondo. Lo fa con grande umiltà, ispirato da Dio. Non firma nulla, se non i documenti necessari, e lascia una grande libertà a chi seguirà il cantiere. E per costruire crea un popolo di persone, che normalmente non hanno voce». Oggi, conclude la Curti, «in basilica vedo sempre qualcuno che piange, tutti che indicano. Gaudí ci ha ridato la possibilità di stupirci in un mondo dove vediamo tantissime immagini, tutte uguali che, alla fine, ci lasciano indifferenti. Qui, invece, si è ancora capaci di emozionarsi per il bello. Si entra turisti e si esce pellegrini, con questo grande desiderio nel cuore di continuare a costruire speranza».