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Papa Francesco libera una colomba bianca durante la preghiera per le vittime della guerra a Mosul, in Iraq, il 7 marzo 2021, durante il viaggio apostolico nel Paese devastato da decenni di guerra
«Al di là dei ricordi e delle impressioni anche personali, credo che quello che sia importante da sottolineare è che l’eredità di papa Francesco ci porta direttamente alle strade maestre del Concilio Vaticano II: la : la risalita alle sorgenti del Vangelo, la rinnovata missionarietà, la sinodalità come stile e forma costitutiva della Chiesa, il servizio nella povertà, il dialogo con la contemporaneità, la ricerca dell’unità con i fratelli cristiani, il dialogo interreligioso e la ricerca della pace».


Nel primo anniversario della morte di papa Francesco, Stefania Falasca, firma di Avvenire e notista di lungo corso, che ha conosciuto Jorge Mario Bergoglio fin dai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires, riflette su cosa resta del pontificato del Papa argentino durato dodici anni, dal 13 marzo 2013 al 21 aprile del 2025. «Queste linee», riflette Falasca che l’anno scorso ha scritto anche il libro Francesco – La via maestra (Edizioni San Paolo), «non sono proprie di Bergoglio le ha fatte proprie portandole avanti perché sgorgano proprio da quello che è stato il Concilio Vaticano II. Linee che si esplicano come programma già nelle sue prime parole pronunciate la sera stessa della sua elezione il 13 marzo 2013. Nell'intervista che mi rilasciò prima ancora di diventare pontefice nel 2007 e per Avvenire dieci anni dopo: “Non sono io. Questo – disse poi – "è il cammino del Concilio che va avanti, che si intensifica, io seguo la Chiesa”. L’eredità di Papa Francesco sta dunque nel solco nel solco della Tradizione che sulla rotta del Concilio ha segnato il nostro tempo e nella quale la Chiesa è chiamata a camminare».
Un’eredità raccolta da papa Leone XIV.
«Sì. A me francamente ha fatto pensare il richiamo che papa Prevost ha fatto il 12 aprile scorso nella Lettera inviata a tutti i cardinali in vista del prossimo Concistoro straordinario affermando che un fondamentale contributo positivo può venire da un’organica ripresa del documento programmatico del pontificato di papa Francesco, l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (pubblicata il 24 novembre 2013, ndr) che all’inizio del suo sviluppo offre un capitolo dedicato proprio alla trasformazione missionaria della Chiesa. Questo aspetto, scrive Leone XIV, ricentra tutto sul kerygma, sull’annuncio come cuore dell’identità cristiana e del cristiano e lo riconosce come un soffio nuovo, capace di avviare processi di conversione pastorale e missionaria più che produrre riforme strutturali immediate, orientando così in profondità il cammino della Chiesa. Questa affermazione del Papa e rivolta ai cardinali è importante perché vuol dire che Evangelii Gaudium di papa Francesco non solo è attuale, ma è proprio il fondamento per orientare in profondità il cammino della Chiesa. Il percorso e la valenza storici del pontificato di Francesco devono essere presi in esame e cominciati a studiare in profondità. Ci deve essere un lavoro storiografico in questo senso, a carattere più scientifico, che vada al di là di quello che può essere un ricordo emotivo del suo pontificato».
Lei conosceva Bergoglio da prima che diventasse Papa e poi ha seguito tutto il pontificato. Qual è il suo ricordo più privato?
«Ho molti ricordi, anche se non mi piace entrare in suggestioni troppo personali, due momenti sono stati per me molto importanti. Il primo durante il durissimo viaggio in Iraq, a Ninive, nel marzo 2021, il viaggio dopo la pandemia. Francesco ci aveva portato in una terra segnata da decenni di guerre, la terra di Abramo e del profeta Giona. Ricordo quando entrò nella cattedrale di Al-Tahira, nel nord del Paese dove il cristianesimo risale al tempo degli Apostoli, un luogo ancora segnato dalle devastazioni dell’Isis. Ricordo la folla che agitava le palme e cantava in aramaico, la lingua madre del cristianesimo, quella parlata da Gesù. E mentre lo accoglievano con il saluto “Santità”, sembrava quasi rivivesse l’antica accoglienza riservata a Giona, “il predicatore della verità”. Quella scena mi colpì moltissimo, perché sull’orlo di un tempo veramente tragico, in quel davvero viaggio emblematico nella cerniera del Medio Oriente, culla dell’umanità e delle fedi, devastato dalle guerre, Francesco si era portato anche nei luoghi emblematici dell’apertura alla missione. Della figura del profeta Giona, Bergoglio mi aveva già parlato nell’intervista del 2007, e quei riferimenti sono rimasti per me vivi e attuali lungo tutto il pontificato. Mi parlava di Giona che si allontana e di Dio che lo riconduce proprio nei luoghi della perdita e dello smarrimento. In quella chiave mi spiegava anche la prospettiva della missionarietà della Chiesa e che si ritrova poi in Evangelii Gaudium, secondo la lettura fatta anche da Leone XIV. Ricordo bene quel momento: c’erano bambini che lo guardavano arrivare attraverso i fori di un cancello crivellato dalle pallottole. È un’immagine che mi è rimasta impressa con grande forza, per la sua potenza visiva e per il contesto: il male, le ferite della violenza e della guerra, le ombre di mondo volto a implodere. E proprio lì, in quel luogo, alle sorgenti della missione della Chiesa, Francesco è andato per indicare una direzione, una prospettiva, oltre la guerra».


La lettera di papa Francesco a Stefania Falasca
E il secondo ricordo?
««Ho qui davanti, stampata, una sua lettera. Sono postulatrice della Causa di canonizzazione di papa Luciani, Giovanni Paolo I. Ho dedicato gran parte della mia vita allo studio sistematico e alla ricerca su questa figura di Pontefice che è stata ingiustamente relegata nel cono ombra della storia. Il giorno successivo alla beatificazione (il 4 settembre 2022 in piazza San Pietro, ndr) mi arrivò da parte del Papa una breve lettera su carta intestata. Mi scrisse: “Cara Stefania, non voglio lasciar passare questa giornata senza dirti grazie, grazie per tutto il lavoro che hai fatto per il beato Giovanni Paolo I, ti ringrazio in nome della Chiesa”. Per me quella lettera rappresenta molto, non solo dello stile di papa Francesco. Una lettera formale, con lo stemma, certo, ma allo stesso tempo attraversata da una profonda comprensione del lavoro svolto e dal riconoscimento di un impegno che, in qualche modo, va anche oltre la mia persona. Quel “grazie in nome della Chiesa” ha un peso particolare: significa, da parte di un Pontefice, un livello che supera la dimensione semplicemente personale e si colloca su un piano più ampio, ecclesiale. E questo, per me, è rimasto un segno molto forte».






