«Il Pontificato di papa Francesco? Non si può ridurre a una galleria di immagini». Padre Antonio Spadaro, sotto-segretario del Dicastero per la cultura e l'educazione, già direttore, dal 2011 al 2023 di Civiltà Cattolica e uno degli uomini più vicini a Bergoglio, teme «il rischio di collezionare istantanee e relegare l’eredità di Bergoglio in un archivio fotografico, quando in realtà è qualcosa di molto più profondo e non immediatamente visibile».

Padre Spadaro, cosa resta del suo Pontificato a un anno dalla morte?

«Resta la sua diagnosi del mondo: la “terza guerra mondiale a pezzi”, formulata nel 2014 al ritorno dalla Corea, non era uno slogan impressionistico ma una lettura profetica che il tempo ha confermato. Resta la consapevolezza che il mondo si sta sgretolando e che la Chiesa non può rispondere con la nostalgia dell’ordine, ma con misericordia, fraternità, prossimità, pace. Resta il discernimento come alternativa all’ideologia e alla rigidità. Resta la sinodalità come forma di una Chiesa che ascolta. Resta la convinzione che la riforma non sia un riassetto tecnico ma una conversione. Resta l’uscita dal regime di cristianità, cioè il rifiuto di un cristianesimo alleato del potere e la scelta di una Chiesa al servizio di tutti. Ma forse la cosa più importante che resta è la dimensione “traumatica” del suo pontificato: un contraccolpo evangelico che ha dato una scossa a una sorta di omeostasi ecclesiale. E i traumi più si rimuovono più agiscono in profondità. Francesco non è stato il papa simpatico dell’immaginetta col sorriso: il suo pontificato è stato vissuto consapevolmente legato al dramma della storia. Resta infine il suo modo unico di agire anziché reagire: di fronte ai drammi del mondo non si è mai fatto trascinare nella narrativa costruita da altri, ma ha sempre costruito la propria — come quando, di fronte alla crisi di Gaza, la telefonata al parroco si rivelò altrettanto potente di qualsiasi dichiarazione geopolitica».

Quali sono i processi irreversibili che ha aperto?

«Il compito del riformatore secondo Bergoglio non era “tagliare teste” o conquistare spazi di potere, ma avviare processi — secondo il suo principio fondamentale per cui il tempo è superiore allo spazio. I processi irreversibili principali sono almeno tre. Innanzitutto la misericordia come orizzonte pastorale. Il magistero legato alla misericordia — dal Giubileo straordinario del 2016 all’intera impostazione pastorale — è penetrato profondamente nella vita della Chiesa. Non si può tornare indietro da questa visione. È qualcosa di ormai incarnato dentro la Chiesa, forse senza che ce ne siamo nemmeno accorti pienamente. Come seconda cosa la sinodalità. Il cammino sinodale ha mostrato una Chiesa che cammina nella storia ed è aperta a tutte le sensibilità. Il metodo stesso del sinodo — ascoltare prima di reagire, valorizzare al massimo l’opinione dell’altro — è un dono strutturale alla Chiesa. Nei sinodi si è compreso che non è più possibile dare risposte pastorali omogenee e uguali per tutto il mondo: le diversità teologiche sono sempre più profonde, e i tavoli sinodali sono il modo per farle dialogare. Infine la Chiesa come ospedale da campo. L’immagine formulata nell’intervista che gli feci nel 2013 — quando Francesco disse che non era tempo di controllare gli zuccheri e il colesterolo, ma di salvare le vite — ha trovato ostacoli, ma è ormai un punto di riferimento ineludibile. Ha generato grande fascino e grande repulsione, perché toccava la paura di perdere identità. Ma Francesco aveva un’idea del Vangelo come un tesoro da spendere, non da tenere in banca».

Come è cambiata la Chiesa in questi anni?

«La Chiesa è cambiata in profondità, anche se non sempre in modo visibile. Il pontificato è stato di frutti e di semi, ma soprattutto di semi che matureranno nelle forme che si vedrà. La Chiesa è uscita da un regime di cristianità: ha smesso di pensarsi come alleata naturale del potere e ha iniziato a concepirsi come al servizio di tutti, senza confini e senza dogane. Francesco ha avuto la percezione che l’azione di Dio nella storia avviene ovunque, e che il compito della Chiesa è riconoscerla, non limitarla. Per questo è entrato in contatto con tutte le forze sane della storia, anche quelle apparentemente più distanti dal perimetro ecclesiale. È cambiato il rapporto con la diversità interna. Mentre un tempo i vescovi condividevano una mens romana, una romanitas comune, oggi le teologie si sviluppano nei diversi continenti e culture con sempre maggiore autonomia. Questa ricchezza di differenza è diventata una sfida che la Chiesa ha iniziato ad affrontare, anche se questo è al tempo stesso il più grande dono e il più grande rovello della Chiesa contemporanea. È cambiato anche il rapporto con il conflitto e l’opposizione: Francesco ha mostrato che l’avversario non è un nemico. La sua visita alla Bonino malata, l’amicizia con Scalfari — gesti in cui il messaggio era chiaro: si possono avere idee opposte e lottare per visioni diverse, rimanendo amici. Un’eredità per il mondo, non solo per la Chiesa».

Qual è l’immagine più cara che ti resta di Papa Francesco?

«Ecco, appena me lo chiedi, me ne vengono in mente così tante. Quelle personali sono più legate alla prossimità fisica, ad esempio nelle conversazioni aperte durante i voli dei suoi viaggi apostolici. Francesco comunicava molto con la sua presenza fisica. Così anche le conversazioni con i gesuiti durante i viaggi. Mi colpiva la sua immediatezza, la sua spontaneità e densità di condivisione. Sul piano pubblico direi la Messa celebrata Ciudad Juarez proprio a 80 metri dal confine tra Usa e Messico, nella quale ha creato un’unica assemblea liturgica capace di superare i muri. Poi il gesto di chinarsi e baciare i piedi dei rappresentanti delle fazioni opposte del Sud Sudan venuti in Vaticano per discutere la pace. Infine la visita a Bangui, dove ha aperto la Porta Santa e dove ha fatto il giro in papamobile facendo salire l’imam locale in un tempo di gravi conflitti tra musulmani e cristiani. Ma adesso che li ho detti me ne vengono tanti altri. Un’ultima istantanea: eravamo in volo verso la Colombia. Era notte. Ero steso per dormire. Mi sono svegliato e, aprendo gli occhi, ho visto a sinistra la luce del suo posto accesa. Sono rimasto a guardarlo intensamente. Aveva il breviario e stava pregando nel silenzio e nel buio. È un’immagine semplice, ma mi è rimasta nel cuore».