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«Chi cerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione». Papa Leone parla a braccio, all’arrivo all’Università La Sapienza, «credo la più grande d’Europa», cominciando la sua visita dalla cappella universitaria, «perché questa è una visita pastorale». L’accoglienza è calorosa, qualcuno grida «viva il Papa», altri vogliono fotografarlo, toccarlo. Ci sono gli striscioni di Sant’Egidio e di Comunione e Liberazione e tante mani che applaudono. Sono lontani i tempi in cui una feroce contestazione fece annullare la visita di Benedetto XVI programmata per l’inaugurazione dell’anno accademico nel gennaio 2008. Allora una lettera firmata da 60 professori universitari, fra i quali anche il futuro Nobel per la fisica Giorgio Parisi, contestava l’invito per l’inaugurazione e le parole su Galileo Galilei, considerate un passo indietro rispetto alla posizione di Giovanni Paolo II. «Come fisico», diceva Parisi, «non ho molto apprezzato le dichiarazioni fatte da questo Papa sulla scienza» che comprendevano anche un attacco al darwinismo e a Galilei.
Nell’aula magna dell’Ateneo romano, Giorgio Parisi è invece tra le prime fila ad accogliere, 18 anni dopo, la visita di papa Leone in un clima totalmente diverso anche dalle contestazioni che accolsero, nel 1991, Giovanni Paolo II, poi insignito della laurea honoris causa in giurisprudenza, nel 2003, quando aveva parlato ai rettori delle università dell’Est e dell’Ovest europeo all’indomani del crollo del muro di Berlino. Allora ci furono quattro arresti e una visita “macchiata” da fischi e da un grande striscione che recitava: «Amatevi l’un l' altro ma con il contraccettivo». Uno slogan liquidato dall’Osservatore romano come una frase «'priva di contenuti culturali e di dignità».
Per papa Leone, invece, si spengono anche le poche voci di dissenso che avrebbero voluto lasciare vuoti settori ampi settori dell’aula magna per una protesta silenziosa. La platea, invece, si riempie. Ascoltano attenti soprattutto quando Leone punta il dito contro la corsa agli armamenti: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune», dice il Pontefice.
È grato alla Sapienza per il suo impegno «in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra», ad esempio con il «corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza». Tra le prime fila ci sono anche quattro studenti arrivati da qualche giorno a Roma per frequentare i corsi.


A loro, soprattutto, e a tutti gli studenti il Papa ricorda che questo di giovinezza è un tempo lieto, «anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie», che «consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare». Un tempo in cui gli studi, le amicizie, gli incontri con i maestri, possono «cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi». Spiega che, quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo».
Parla loro di Sant’Agostino e dalla sua inquietudine, dei gravi errori che compì che non impedirono però di salvare la sua «passione per la bellezza e la sapienza». E ricorda che «dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai». Sottolinea l’angoscia che deriva dal «ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia». Ma è questo malessere a ricordarci che no siamo una materia «casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!».
Con i ragazzi condivide la domanda del «Chi sei?» alla quale «possiamo rispondere solo noi stessi», ma alla quale, al contempo, «non possiamo mai rispondere da soli». E con gli adulti l’altro interrogativo: «Che mondo stiamo lasciando?». Un mondo, ricorda il Papa, «purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale. La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria. In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali».
Dopo aver criticato la corsa agli armamenti Leone chiede anche di vigilare «sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti». Cita espressamente «quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran» che «descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento». E chiede che «lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!».
Un altro fronte di impegno è poi quello per l’ecologia. Cita papa Francesco che nell’Enciclica Laudato si’, scriveva: «Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico». Dieci anni dopo quella pubblicazione «al di là dei buoni propositi e di alcuni sforzi orientati in tale direzione, la situazione non sembra essere migliorata».
Ma incoraggia i giovani a non cedere alla rassegnazione trasformando invece «l’inquietudine in profezia». «Studiate, coltivate, custodite la giustizia!», li sprona. E «insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra».
Li spinge all’azione impegnando «tutta la vostra intelligenza e audacia». Ai giovani, «così poco considerati da una società con sempre meno figli», chiede di testimoniare «che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza».
E sottolinea proprio questa parola, Sapienza, per dire che «la vostra Università porta un nome divino» ed «è luogo di studio e sede di sperimentazione, che da secoli forma al pensiero critico». Ai docenti chiede di coltivare cuori e menti, «Si tratta di una responsabilità esigente, certo, ma entusiasmante» che passa dall’avere fiducia negli studenti. «Insegnare», spiega, «è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni». Insegnare significa anche, continua il Papa, «cura per la realtà, senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, dire la verità. Che senso avrebbe d’altronde formare un ricercatore o professionista, che però non coltiva la propria coscienza, il senso della giustizia e del rispetto per ciò che non si può né si deve dominare? Il sapere, infatti, non serve solo a raggiungere scopi lavorativi, ma a discernere chi si è. Attraverso le lezioni, i tirocini, l’interazione con la città, le tesi, i dottorati, ogni studente può sempre trovare motivazioni nuove, mettendo ordine tra studio e vita, tra strumenti e fini».






