Cari amici lettori, se c’è una foto “epocale” che ricorderemo a lungo, è quella dell’udienza concessa da papa Leone a Sarah Mullally, arcivescova di Canterbury e guida della Chiesa anglicana dal 3 ottobre 2025. Una donna col colletto e i paramenti da vescovo ricevuta dal Pontefice romano, con cui dialoga cordialmente “da pari a pari”. Un evento impensabile anche solo qualche decennio fa e che oggi può destare sorpresa in qualcuno. Per comprendere la portata di questo incontro, occorre riavvolgere un po’ il nastro della storia.

Il dialogo con la Chiesa anglicana, che si era separata da Roma nel 1532-34, è cominciato – papa Leone non ha mancato di ricordarlo nelle parole di saluto rivolte alla Mullally – nel 1966, dopo ben più di quattro secoli, per iniziativa di papa Paolo VI e del primate anglicano Michael Ramsey ed è frutto della svolta avvenuta con il Concilio Vaticano II (1962-1965), con cui la Chiesa cattolica ha dato inizio alla stagione del dialogo ecumenico ufficiale con le altre Chiese cristiane. L’anglicanesimo, a sua volta, ha vissuto delle importanti evoluzioni negli ultimi decenni: dal 1992 ha approvato l’ordinazione di donne al sacerdozio, con le prime donne ordinate nel 1994, e dal 2014 anche all’episcopato. Con Sarah Mullally, per la prima volta una donna si trova ai vertici della Chiesa anglicana. Una novità che ha creato tensioni anche all’interno della Comunione anglicana, dato che si tratta di una scelta non condivisa da tutti al suo interno.

La Chiesa cattolica non pratica l’ordinazione di donne a prete e vescovi, per ragioni dottrinali che ad oggi permangono. È uno dei temi che la divide da altre Chiese, come quella anglicana, che hanno compiuto scelte diverse. Può sembrare ad alcuni dunque una contraddizione che un Papa incontri la guida di una Chiesa da cui ci separano alcuni aspetti importanti. Papa Leone non ha eluso la questione nelle parole rivolte all’arcivescova: riconoscendo che «negli ultimi decenni sono sorti nuovi problemi, rendendo il cammino verso la piena comunione più difficile da discernere», ha detto anche che «tuttavia, non dobbiamo permettere a queste sfide costanti di impedirci di cogliere ogni occasione possibile per proclamare insieme Cristo al mondo». Ha citato il discorso di papa Francesco ai primati anglicani («Sarebbe uno scandalo se, a causa delle divisioni, non realizzassimo la nostra comune vocazione di far conoscere Cristo»), e ha aggiunto che «sarebbe uno scandalo anche se non continuassimo a lavorare per superare le nostre differenze, per quanto possano sembrare insormontabili». Dunque, ne ha concluso, il cammino dell’amicizia e del dialogo tra le due Chiese continua.

Un gesto e parole importanti, che insegnano come le Chiese cristiane possano camminare nella differenza rispettandosi reciprocamente, valorizzando ciò che unisce (che non è poco: la Bibbia, il Credo, i sacramenti, la carità, i temi della cura dei poveri, del creato e della pace) e non permettendo che le questioni “divisive” blocchino il cammino.

La strada verso la piena comunione e l’unità può essere in salita ma bisogna sopportare le tensioni del “tempo intermedio”, «mentre, nella preghiera e nell’umiltà, cerchiamo quell’unità che è il volere di Dio per tutti i suoi discepoli». Una lezione di come vivere oggi la complessità che attraversa il mondo intero, con la pazienza e la tensione positiva che ciò comporta.